domenica 14 aprile 2019

IL DRITTO E IL ROVESCIO (14 aprile 2019)


L'importanza del contatto con la gente. In questi giorni in cui stanno partendo le varie campagne elettorali, quelle delle Europee e di tanti comuni, appare fondamentale che i candidati siano vicini alle persone.

Dopo anni di visibilità mediatica, oggi, l'elettore torna a voler conoscere le persone (il dritto).

Le ultime tornate hanno dimostrato come chi resta chiuso negli uffici o nei palazzi, anche se governa bene (è il caso di molti sindaci uscenti sconfitti a sorpresa), non viene premiato (il rovescio).

La gente, da un lato aggiungerei per fortuna, vuole di nuovo conoscere il candidato, a capire chi sia, che cosa proponga. Il voto di appartenenza sta infatti perdendo quota in favore di quello diretto alle persona o, in realtà magari più grandi, di quello d'opinione. In pratica si predilige la stretta di mano e il contatto diretto o andare dietro a quella che è la sensazione della gente rispetto alle varie proposte politiche. Un altro tema importante è che oggi diventa fondamentale interecettare i voti dei cittadini, soprattutto di quelli delusi dalla politica. Per farlo bisogna instaurare un rapporto quasi faccia a faccia. Ecco allora che torna fondamentale il vecchio, ma mai abbandonato, porta a porta.
L'errore degli ultimi tempi è stato quello di avere a che fare con una politica che si è chiusa sempre più nelle stanze e non ha saputo cogliere le istanze dei cittadini. Che si è limitata a parlare di questioni finanziarie spesso incomprensibili, trascurando le vere difficoltà della gente. Da qui si è registrato uno spostamento di voti, ormai post ideologico, verso quelle forze che sicuramente hanno saputo intercettare maggiormente i bisogni degli italiani.
Da qui provo a fare un esempio utilizzando come modelli i due politici che, forse, negli ultimi anni hanno creato fenomeni diversi: Renzi e Salvini.
Il primo ha avuto un consenso sull'onda di un entusiasmo, e di una sorta di populismo di centrosinistra, dovuto al suo ruolo di Sindaco di Fireze, dunque di istituzione più vicina ai cittadini e più portata all'ascolto. Un appeal che è terminato bruciando troppo presto le tappe, ma anche distaccandosi, ad un tratto, dalla gente, apparendo più lontano dal popolo.
Diverso è stato il percorso di Salvini che, anche nell'attuale ruolo di Vice Premier e di Ministro dell'Interno, continua a marciare a suon di selfie e di bagni di folla.
Una strategia iniziale non diversa, quella di Renzi e di Salvini, fino al raggiungimento del ruolo di governo, ma che si è trasformata completamente subito dopo, con l'uno che ha scelto quel profilo istituzionale che oggi, probabilmente, non paga in termini di voti, l'altro che ha proseguito nella più redditizia linea dello stare vicino all'elettorato indipendentemente dall'incarico ricoperto.
Chiaramente molto dovrà essere visto alla lunga, perché oltre allo stare tra la gente serviranno i risultati, quelle risposte cioè che, forse sono mancate a Renzi e che Salvini sta attendendo alle prossime Europee. Soprattutto in un paese come l'Italia che da 25 anni attende, tra tanti sacrifici, quella svolta che fino ad oggi non è mai arrivata.
Da qui l'indicazione per molti candidati sindaci che dovranno cercare di fare le loro campagne incontrando i cittadini, ma soprattutto ascoltandoli, senza promettere la luna, ma cose semplici e realizzabili. Non è infatti più tempo di slogan e sogni irrealizzabili. Ma di umilità, passione, trasparenza (vera) e buona amministrazione.

venerdì 15 marzo 2019

IL DRITTO E IL ROVESCIO (15 marzo 2019)


Via della Seta, atlantismo, sguardo rivolto verso la Russia. In un momento in cui molti parlano di un'Italia che si isola dal contesto internazionale dietro quella parola (a mio giudizio poco appropriata) che, ormai, va tanto di moda, cioè “sovranismo” (e che a me piace definire "diverso europeismo"), in realtà si scopre un Paese che, forse, tende a ricollocarsi sullo scenario internazionale guadagnandosi, nei nuovi equilibri, quel centralismo nel Mediterraneo che tanto è stato importante nel corso dei secoli. Un centralismo che, per centinaia di anni, ha portato gli altri ad occupare la Penisola.
La vicenda della nuova Via della Seta riapre questo dibattito in un momento in cui l'Unione Europea segna il passo con una crisi che, forse, potrebbe non risolversi neppure con le prossime elezioni, visto che, essendosi ormai caratterizzata, attraverso una trazione germanica, seguita dalla Francia, e indebolita dalla vicenda Brexit e dalla voce che stanno alzando i paesi del blocco di Visegrad, ha perso quella rotta che sta fortemente penalizzando il Mediterraneo. L'Italia ha dunque necessità di ritrovare una sua collocazione, di puntare su nuovi mercati, di guardare ad un'Europa che torni ad essere quella sognata Altiero Spinelli e dal Manifesto di Ventotene e non quella solo monetaria e finanziaria in cui si è trasformata. Il nostro Paese ha anche la necessità di trovare nuovi mercati, visto che l'export diventa fondamentale per i nostri prodotti. Per questo l'embargo imposto alla Russia e seguito dall'Europa ha danneggiato i nostri imprenditori che, oggi, vedono in quello cinese una nuova opportunità. Ed i cinesi, dal canto loro, in una logica di espansione verso occidente ed all'Africa non possono non considerare l'Italia, di nuovo, come quel ponte di collegamento sul Mediterraneo che offre una grande opportunità, cioè il porto di Trieste, un'infrastruttura da sempre ambita a livello mitteleuropeo e grande porta, insieme a Venezia, verso l'oriente. In tutto questo non vanno sottovalutati gli Stati Uniti ed il Canada che restano partner fondamentali, accanto all'Europa. Insomma se ragioniamo in termini di geopolitica l'Italia sta tornando ad essere molto più ambita di quello che molti percepiscono e le occasioni vanno sapute cogliere, così come quel ruolo di libertà che, sotto molti aspetti, anche in tempi di Guerra Fredda sapevamo tenere e che ci avevano portato ad avere ottimi rapporti, pur restando nella Nato, sia con i paesi dell'Est che con quelli arabi.

sabato 2 marzo 2019

IL DRITTO E IL ROVESCIO (2 marzo 2019)

Mentre il dibattito nazionale è già incentrato sulle prossime elezioni Europee, in Maremma i vari partiti e coalizioni sono già al lavoro per le elezioni amministrative che coinvolgeranno ben sedici dei 28 comuni.

Ci sono sindaci che contano di centrare la rielezione, forti di cinque anni di governo del territorio (il dritto).
Ci sono aspiranti sindaco che sognano il grande colpo e, magari, di rompere una continuità amministrativa che, in alcuni casi, dura dall'immediato Dopoguerra (il rovescio).

Quello che sarà interessante, in questa tornata elettorale, è che sarà la prima che si svolge, in maniera massiccia, dopo una mutazione che, anche nella politica locale, è avvenuta in tempi rapidissimi. Fino a cinque anni fa la rendita di posizione garantita dai vari partiti ancora si avvertiva, così come quella di aver amministrato nei cinque anni precedenti. Della serie che se un sindaco aveva fatto la propria parte e, magari, apparteneva al partito abituato a vincere sul territorio, ripresentandosi davanti al corpo elettorale, doveva solamente preoccuparsi di calcolare con quale percentuale in più, rispetto alla volta precedente, sarebbe stato rieletto. Oggi non è più così. Essere un sindaco uscente rappresenta sempre un vantaggio, ma di certo nessuno può dormire sugli allori. Intanto perché è cambiato lo scenario politico e, se cinque anni fa, durante l'election day il vento in poppa lo aveva il Pd di Renzi che superò il 40 per cento, influenzando anche le elezioni locali, oggi tutti i sondaggi lo indicano in favore della Lega di Salvini che si è ormai consacrata leader della coalizione di centrodestra, quando, solo un lustro fa, il partito stava vivendo il suo momento più difficile dagli anni '90. Quanto, questo possa influenzare lo diranno le urne. Di certo in quei comuni dove compare il simbolo del Carroccio potrà essere un vantaggio, negli altri dovranno essere bravi i candidati che si riuniranno in liste civiche (nei comuni sotto i 15mila abitanti) a sfruttarne il momento favorevole. Dall'altro lato, invece, sembra che la corsa nel centrosinistra sia quella a nascondere il simbolo di un Pd che, in attesa delle Primarie, sta vivendo il momento peggiore dalla sua fondazione.
 La persona, dunque, potrebbe rivelarsi oggi ben più importante dei partiti e, magari, l'aver fatto poco politica in precedenza può essere, agli occhi della gente un vantaggio, in quanto il candidato può essere visto come lontano dall'establishment di potere cui, magari, a torto o a ragione, dà la colpa del suo attuale malessere.

La domanda, però, è una: che cosa chiedono gli elettori ad un amministratore? Questo è ciò su cui i candidati dovranno essere più bravi a lavorare. 

Dopo anni in cui il potere politico, anche locale, appariva troppo distante dalla gente, oggi diventa necessario ascoltare il cittadino. Un'affermazione che potrebbe sembrare lapalissiana, ma non è così. L'ascoltare, infatti, deve trasformarsi in due azioni concrete. la prima è la presenza costante sul territorio. In pratica chi si reca in Comune vuole trovare (in senso fisico) il Sindaco. Questo perché i primi cittadini sono ormai diventati i veri punti di riferimento e, spesso, si trovano di fronte a richieste che, per ruolo, non hanno competenza a soddisfare. Però è anche vero che sono l'unico tramite che la gente ha con le istituzioni maggiori, Regione e Governo in primis, ma anche con la Asl. Dall'altro, accanto all'ascolto ed alla presenza, occorre l'azione. Le promesse, infatti non servono più. Molto meglio agire, fare cose piccole, concrete ed immediatamente percepibili, che far sognare alla gente le grandi opere, ma poi irrealizzabili. Solo pochi anni fa in politica vinceva chi era in grado di presentare progetti belli e irrealizzabili, la fantasia prevaleva sulla concretezza. Quanti di questi sono andati realmente in porto? Pochissimi ed anche quando lo hanno fatto si sono rivelati dei flop clamorosi. Basta guardarsi intorno, in tutta la Maremma, e ne possiamo individuare a decine. Il cittadino, invece, non è più disposto a credere alle favole. Si è annoiato. Preferisce la buca riparata davanti a casa che la promessa di avere una via interamente rifatta. Non perché non si illuda, ma perché è ormai consapevole che, come per la vita di tutti i giorni, le casse dell'amministrazione non godono più delle risorse di un tempo. Il cittadino chiede poi impegno per mantenere quei servizi che stanno, piano piano, sparendo dalle varie realtà, soprattutto da quelle periferiche. Poi vorrebbe vedere strategie di sviluppo concrete. Le frasi fatte servono a poco se poi le attività chiudono e con loro i vari comuni rischiano di continuare a spopolarsi o la gente vi perde al loro interno le opportunità (un punto, questo da non sottovalutare, quando siamo di fronte ad una nuova emigrazione giovanile). Insomma anche nella pianificazione i futuri sindaci dovranno riuscire a promettere ciò che, poi, sono in grado di realizzare. Attenzione bene: oggi la gente vuole vedere il lavoro finito, perché finché non lo toccherà con mano le illusioni del passato sul promesso, finanziato, ma ancora non fatto non lo convinceranno.
L'altro aspetto importante sarà quello della sicurezza, entrato di prepotenza da qualche anno, anche nel dibattito locale. E questa volta lo sarà ancor di più perché il Decreto Sicurezza innalza il potere dei sindaci che, oggi, hanno un raggio di azione maggiore rispetto al passato e permette alle amministrazioni di investire su questo settore. Accanto a questo c'è la questione immigrazione. Laddove c'è anche integrazione il fenomeno si riesce a gestire, ma dove questa non c'è - ed oggi avviene anche in realtà piccole- il malcontento della gente si manifesta sempre di più.
Da tutto questo, dunque, si può semplificare ciò che sta influenzando le decisioni dei votanti (che sono sempre meno, dunque sarà importante capire se ci sarà un'inversione di tendenza). Molto meglio realizzare tante piccole cose, in ogni settore, tangibili, ma costanti nel tempo, che poche grandi opere. Meglio realizzare l'ordinario pianificando, magari, uno o due lavori straordinari che si è in grado di mantenere in cinque anni e che diventeranno il realizzato di fine mandato. E per far ciò occorre capire cosa, realmente, interessa al cittadino, ma soprattutto serve al territorio. Avendo la chiarezza di comunicarlo sin da subito.

lunedì 18 febbraio 2019

IL DRITTO E IL ROVESCIO (18 febbraio 2019)


Negli ultimi mesi questa piccola rubrica ha dedicato spesso la propria attenzione alle prossime elezioni Europee. Non lo abbiamo fatto solo per la passione di chi scrive verso le questioni continentali, ma per dare una chiave di lettura anche interna a quelle che sono le posizioni in gioco. Oggi molte previsioni vengono confermate dai primi sondaggi dell'Europarlamento.

Il fronte formato da Ppe e Pse, per la prima volta dal 1979 – anno in cui si votò d'esordio del suffragio universale- dovrebbe perdere la maggioranza assoluta dei seggi (il dritto).

Per una maggioranza europeista servirà il contributo dei Liberali, con le forze cosiddette “sovraniste” che vengono date in grande crescita e la Lega che contende alla Cdu della Merkel il ruolo di partito maggiormente rappresentato (il rovescio).

Obiettivamente chi analizza le vicende europee aveva già intuito da settimane che questa era la strada intrapresa e non poteva essere letta in maniera diversa l'azione del presidente francesce Macron (il cui partito En Marche potrebbe essere superato internamente dal Fronte Nationale) contro l'Italia, con lo schieramento delle forze “tradizional europeiste” (usiamo questo termine) con lui e contro il fronte “diversamente europeista” (per non definirlo “sovranista”).
Obiettivamente che questa Europa non piaccia più ai cittadini è evidente. E lo è talmente tanto che lo stesso Matteo Renzi quando iniziò la sua scalata al Pd puntava il dito contro i colleghi di partito troppo “leggeri” con Bruxelles. Una volta giunto alla guida dei democratici ed al Governo, però, Renzi non seppe fare diversamente. Cosa che invece, al momento, sta facendo l'alleanza “gialloverde”. Che lo faccia bene o male è un altro conto, però ha aperto diversi fronti che, in Europa, stanno facendo breccia dimostrando anche come molti paesi stiano “predicando bene e razzolando male” (per usare un termine popolare). Più volte l'esecutivo italiano è andato vicino alla rottura, arrivando poi ad un accordo con Bruxelles, che sapeva molto di temporeggiamento da entrambe le parti,in attesa del voto di maggio.
E' chiaro che il Parlamento Europeo che uscirà dalle urne sarà sicuramente più promiscuo dei precedenti e, forse, grazie a questo andrà ad assumere un ruolo più importante, anche nell'immagine collettiva, di quella avuta fino ad oggi. E' altrettanto evidente che la stessa Commissione – fino ad oggi dura con l'Italia- avrà una matrice “diversamente europeista” più forte di quella “tradizional europeista” che ha avuto fino ad oggi. Molti paesi a trazione sovranista, infatti, andranno ad indicare i propri commissari e questi non saranno certamente rigidi nei confronti dei propri Governi. Della serie: un conto per l'Italia è avere la Mogherini, un conto un uomo di fiducia dell'attuale Governo. Di certo molti esponenti della stessa Commissione sarebbero molto più prudenti nelle loro esternazioni contro l'Italia rispetto ad oggi, quando chi dovrebbe rappresentare il proprio Paese, di fatto, è apparsa quasi estranea a questa vicenda. Se poi ci sommiamo altri commissari nominati da Governi che mettono la propria nazionale al centro, allora si capisce che chi dovrà presiedere questo organo dovrà essere un ottimo equilibrista. In tutto ciò, è inutile negarlo, l'Italia fa paura a chi, in Europa, non vuol cambiare. La fa perché ha un peso rilevante e questo potrebbe incidere nelle prossime votazioni ponderate. All'Italia basta allearsi con pochi altri paesi – magari del patto di Visegrad- per bloccare le decisioni. E' bastata l'astensione italiana sul Venezuela che il documento europeo, di fatto, è saltato. Basta che l'Italia dica di no al bilancio e questo si blocca. Insomma al momento la partita di scacchi continua, ma dopo il 26 maggio che cosa accadrà? La sensazione è che l'Europa cambierà. In meglio o in peggio lo dirà il tempo, ma sembra che si possa essere di fronte all'inizio di una nuova era continentale.

martedì 5 febbraio 2019

IL DRITTO E IL ROVESCIO (5 febbraio 2019)

La crisi venezuelana ripropone forte il tema del Sud America e di democrazie che, per molti aspetti, sono ben distanti da quelle europee. Su questo fronte l'Italia ha un atteggiamento di neutralità che deve far riflettere, ma che, forse, non è neppure così sbagliato.

Che la presidenza Maduro sia una democrazia in cui si vota, ma vince sempre il solito, dunque crea un presidenzialismo talmente forte che si avvicina ad una dittatura è evidente (il dritto)
Che la presidenza di Guaidò nasca da un'autoproclamazione e, dunque, da una forzatura che si avvicina ad un golpe lo è altrettanto (il rovescio).

In tutto questo c'è stata una rincorsa internazionale a schierarsi. Il mondo occidentale, di destra quanto di sinistra, ha immediatamente sposato la linea di Guaidò, che è presidente del Parlamento, con un asse che va da Trump, a poco meno di venti paesi dell'Ue (tra cui il governo socialista spagnolo), ad altri che si sono accodati. Altre potenze, come Cina e Russia, invece, sostengono il Governo di Maduro.
 In tutto questo che cosa fa l'Italia? Non si schiera. O meglio fa una richiesta diversa e blocca una soluzione unitaria della Ue portandosi dietro il blocco di Visegrad. 
Se è pur vero che la posizione italiana nasce da una differenza di vedute nel Governo con il M5S che sarebbe schierato con Maduro e la Lega con Guaidò (ma forse a Salvini, nonostante le parole, va anche bene questa posizione che di fatto lo tiene equidistante da due alleati internazionali come Trump e Putin che giocano l'uno su un fronte opposto rispetto all'altro). Un posizione che, dunque porta ad una richiesta ben precisa: nuove e libere elezioni, senza passare per riconoscimenti formali e libere elezioni.
In questo l'Italia è meno isolata di quello che si possa pensare, visto che la posizione è la stessa dell'Onu e del Vaticano. L'Onu lo fa riconoscendo Maduro come presidente eletto, ma chiedendo di tornare alle urne per evitare che la situazione si complichi. Il Vaticano, tramite Papa Francesco, lo fa comunque per evitare ulteriore spargimento di sangue. 
L'Italia, dunque, si trova in una posizione di neutralità che in un paese spaccato come il Venezuela potrebbe anche rivelarsi opportuna, soprattutto a tutela dei circa 200mila italiani residenti nel paese (che è tuttora uno dei maggiori produttori mondiali di petrolio), che superano il milione se si considerano anche quelli che hanno origini nella Penisola. Una comunità che è tra le principali dell nazione sudamericana.
Insomma una scelta obbligata, forse anche attendista, con una richiesta ben precisa, quella cioè di libere elezioni, con la luce dei riflettori puntate sui seggi e gli ispettori internazionali, che le rendono qualcosa di simile a quelle che avvengono nei paesi a più lunga tradizione democratica. Il Venezuela, purtroppo, problemi di questo tipo ne ha avuti. Basti pensare che lo stesso Chavéz, tenente colonnello dell'Esercito, negli anni '90 cercò di salire al potere con un fallito golpe, fu poi eletto democraticamente nel 1998 e nel 2002 destituito temporaneamente da un golpe, con militari che, però lo liberarono e lo rimisero al potere dove rimase fino alla morte. Insomma come tutte le democrazie sudamericane il Venezuela è costretto a fare i conti con situazioni che possono degenerare e, dunque, anziché schierarsi con l'uno o con l'altro, forse, è meglio davvero chiedere libere elezioni e che decida il popolo accentandone il risultato.

lunedì 21 gennaio 2019

IL DRITTO E IL ROVESCIO (21 gennaio 2019)

Il clima da campagna elettorale per le elezioni europee inizia a farsi sentire ed i vari partiti cercano di muovere le proprie pedine, anche in vista delle successive nomine, la più importante delle quali è sicuramente quella del commissario europeo che spetta all'Italia e che, a meno di clamorosi ribaltoni, nascerà sull'asse del Governo giallo-verde. Un commissario che, vista l'importanza del nostro Paese in termini anche numerici di eurodeputati, potrebbe avere deleghe pesanti.

La nomina del commissario europeo non sarà chiaramente svincolata dalle altre che effettuerà l'esecutivo, le più ravvicinate delle quali sono alla Consob ed all'Inps (il dritto).
Molto sulle indicazioni europee dipenderà anche dal risultato con la Lega che conta il sorpasso ai danni del M5S che le permetterebbe di indicare il prossimo membro italiano nel governo continentale (il rovescio).

In tutto questo, ovviamente, ci sono anche gli altri partiti che si stanno, più o meno, organizzando. Con il Pd impegnato nella fase congressuale, al momento tiene banco l'idea dell'ex ministro Calenda di una lista unica del centrosinistra. Spostandosi sul centrodestra Berlusconi ha già annunciato di scendere in campo come capolista di Forza Italia. Guardando all'estrema sinistra ci sono tentativi di lista unica tra le varie forze che si richiamano al comunismo che sperano di superare il quorum del sistema proporzionale. Chiaramente, però, al momento chi la campagna elettorale la ha già iniziata da tempo sono le forze di Governo, dunque Lega e Movimento Cinque Stelle.

Qui va considerato un passaggio che pochi conoscono, cioè che la nomina del nuovo Commissario spetta al Governo nazionale, ma il prescelto deve superare un'audizione del Parlamento senza il cui consenso non potrà essere ratificata. Se, dunque, non uscirà un Parlamento a chiara vocazione sovranista o "diversamente europeista", difficilmente si potrà giungere alla nomina di un euroscettico. Nel passato si fermò qui la corsa dell'allora nominato commissario Rocco Buttiglione che fu bloccata dal Parlamento per le sue posizioni sui diritti degli omosessuali. Una bocciatura che portò alla nomina di Franco Frattini. 

Qui, dunque, l'attuale Governo dovrà ponderare bene i nomi, tra cui ci potrebbero essere quelli di garanzia, come il ministro degli esteri Moavero. Pare, però, che la Lega punti al posto di commissario e che sia pronto a giocarsi il jolly con il presidente del Veneto Luca Zaia.
 Figura autorevole, che viene da una buona amministrazione di una delle regioni locomotiva dell'economia italiana, ma soprattutto apprezzato (anche da molti avversari) ex ministro dell'agricoltura. Una figura che ha rapporti stretti con Bruxelles, sia per il ruolo precedente, che per quello attuale, di certo non un nemico dell'Europa, politico quanto basta per essere definito un leghista vero, ma anche diplomatico quanto basta per un incarico internazionale.
Un profilo giusto, se sarà lui il prescelto? Come caratteristiche sicuramente ha carte da giocare, considerando il perimetro in cui si dovrà scegliere, cioè quello di Lega e Movimento Cinque Stelle. Certamente anche per quello che il Governo va a ricercare, cioè un uomo che sappia portare avanti gli interessi del Paese e che da Ministro ha combattuto, spesso anche vincendo, la battaglia sulle quote latte, ma non solo. E sarebbe una figura interessante se dovesse avere una delle deleghe più ambite per l'Italia, quella cioè dell'agricoltura, nel momento in cui si dovrà andare a discutere la nuova Pac, la Politica Agricola Comune, che dovrà ripartire miliardi di euro tra i paesi dell'Unione, con l'Italia che, spesso, è uscita con il rammarico di non essere riuscita ad ottenere di più.

Insomma i profili vengono valutati, ma per scegliere chi rappresenterà l'Italia bisognerà anche attendere i risultati delle elezioni europee con la Lega che spera in quel sorpasso ai danni del M5S e che la metterebbero nelle condizioni di esprimere il proprio candidato.

martedì 15 gennaio 2019

IL DRITTO E IL ROVESCIO (15 gennaio 2019)

Quanto contano le piccole cose? Accanto alle elezioni Europe, il prossimo 26 maggio, andranno al voto 16 dei 28 comuni della provincia di Grosseto, tra sindaci che sono giunti a fine mandato ed altri che sono alla ricerca di una riconferma. In un mondo ed in una politica che sta cambiando, la domanda diventa legittima immedesimandosi negli elettori che si dovranno recare alle urne in realtà che in alcuni casi, oggi, in maniera politically correct definiremmo "di prossimità", ma che un tempo sarebbero definite marginali, di periferia o, addirittura, isolate. Insomma comuni che si trovano lontane dal capoluogo e che si confrontano con molti disagi.

Gli ultimi cinque anni hanno sicuramente modificato il quadro politico e nessun candidato è certo della vittoria, né della riconferma, così come nessun partito può essere sicuro di avere una rendita di voti da mettere sul piatto (il dritto).
La politica sta cambiando e oggi allo slogan, che un tempo bastava per attirare i voti, serve comunque un seguito di concretezza (il rovescio).

Partendo da questi presupposti le varie forze politiche stanno scegliendo gli uomini e le donne su cui puntare per raggiungere la vittoria.
In un contesto di questo tipo, in cui i partiti tradizionali stanno modificando il loro assetto ed in cui, di per sé, non garantiscono la vittoria (nel passato l'importante, in molti nostri comuni, era avere le insegne di un partito piuttosto che di un altro per essere certi del successo, indipendentemente dal valore o dalla popolarità del candidato), in una politica che è sempre più social ed in cui ogni errore viene evidenziato ed in cui anche piccole e grandi opere possono avere uguale risonanza, in un mondo in cui lo slogan è determinante, ma deve sempre essere seguito da un fatto, anche se ridimensionato, in una realtà in cui le scuse, seppur giustificate servono sempre meno, ecco che chi avrà l'onere e l'onore di guidare una coalizione non potrà fare a meno di tenere conto di queste situazioni.
Da qui la domanda iniziale: quanto contano le piccole cose? A mio parere molto, anche perché la crisi economica che ha coinvolto gli enti locali ha dimostrato quanto, spesso, queste siano utili e percepite. Della serie che conta più tappare una buca in una strada che, magari, realizzare un'opera costosa e, forse, anche strategica, che, però, non viene percepita allo stesso modo dalla gente. Potremmo dire che è la rivincita dell'ordinaria amministrazione, contro la straordinaria, quella che, nel corso degli anni - a torto o a ragione- è stata troppo spesso archiviata alla voce "sprechi". Le piccole opere invece sono quelle che tutti possono immediatamente toccare con mano, percepire, e, perché no, apprezzare, senza doverle più archiviare sminuendole. Su questo fronte i sindaci o i politici più avveduti stanno costruendo le proprie fortune, perché sanno che realizzare piccole cose è un po' come stare in mezzo alla gente.
 Ecco dunque che oggi le persone, a domanda, non richiedono più la costruzione di un teatro o di un palasport, ma la messa in sicurezza di una strada, la ristrutturazione di un parco giochi, la sistemazione di un impianto sportivo, lasciando le opere principali alla politica nazionale e regionale. A quelle sì, vengono chieste le opere strategiche, che si traducono principalmente in sanità, infrastrutture, lavoro, sicurezza e impulso alle attività produttive.
Insomma la politica sta cambiando e sicuramente le sfide, anche in Maremma, saranno aperte. Oggi avere esperienza non è più considerato un valore aggiunto se non si traduce in risultati concreti e tangibili ottenuti. Essere meno noti, in molti casi, può essere anche un vantaggio, con la percezione dell'elettore di una minor compromissione con la vecchia politica. Così come, invece, il cosiddetto (usiamo un'altra parola meno bella, ma efficacie riferita ai sindaci uscenti) "usato sicuro", se ha ben lavorato e questo viene percepito, verrà premiato.
Dunque benvenuta politica delle piccole cose, tradotta in politica del fare, purché lo siano realmente, seppur affiancate agli slogan.