giovedì 28 giugno 2012

Un gesto storico, fatto di tanti piccoli passi!


A volte sono i piccoli gesti a fare la storia. E tutti questi ne precedono uno più grande. E se pensi che un processo, seppur con un ruolo minuscolo quasi da goccia d'acqua nell'oceano, comunque lo hai vissuto direttamente, allora la tua soddisfazione è doppia.
In questi giorni sui giornali irlandesi, ma anche su tutti quelli internazionali, campeggia la foto della stretta di mano tra il vicepremier dell'Irlanda del Nord Martin Mc Guinness e la Regina Elisabetta. Nulla di eccezionale, si potrebbe dire, se ci si trovasse di fronte all'incontro tra un sovrano ed un suddito che, in questo caso ricopre una carica pubblica regionale. Qualcosa di eccezionale, invece, se la persona in questione, Martin Mc Guinness appunto, nella sua vita ha ricoperto il ruolo di capo della Provisional Ira, cioè l'Irish Republican Army, l'esercito di liberazione irlandese cattolico che sognava un'Irlanda unita e repubblicana. Così tanto da non riconoscere fino alla metà degli anni '80 il Parlamento dell'Eire di Dublino e, fino alla fine dei '90, quello di Stormont a Belfast e, per lungo tempo ancora, neppure quello di Westminster a Londra. Tutti coloro che vi erano eletti sotto le insegne del Sinn Fein, il partito repubblicano irlandese, definito il braccio politico dell'Ira, non vi mettevano piede adottando un astensionismo da un luogo che loro non condividevano. Sarebbe un po' come se i parlamentari della Lega Nord, una volta eletti, non si presentassero ai lavori di Camera e Senato. Ma che cosa c'entra tutto questo con un articolo su questo blog?
Semplice: la foto in questione mi ha riportato indietro di 13 anni. Più precisamente al febbraio del 1999. In quegli anni, infatti, ero uno studente dell'Università di Siena distaccato per alcuni mesi, nell'ambito del Progetto Erasmus, all'Università di Galway in Irlanda. Da studente di Giurisprudenza (specializzato nel settore del diritto internazionale), appassionato di politica e, soprattutto da giornalista che iniziava a superare le prime armi, cominciai a studiare la “questione irlandese”. E vi entrai talmente dentro che, grazie alla mia frequentazione di due società (associazioni di studenti) della stessa Università, la Political Discussion Society e la Literary and Debating Society fui invitato a rappresentare la National University di Galway a Stormont, nella prima, storica, visita dei rappresentanti di un ateneo irlandese al nuovo parlamento di nordirlandese di Stormont. Quello nato da pochi mesi in seguito agli accordi del Venerdì Senato del 1997 che avevano sancito la pace tra i nazionalisti (filo irlandesi) e gli unionisti (filo britannici). Un fatto di non poco conto, visto che solo chi conosce la costituzione dell'Eire sa che le Università rivestono un ruolo importante a livello costituzionale in quanto esprimono alcuni membri del Seanad Eireann, cioè del Senato della Repubblica Irlandese. Dunque una visita che ebbe un significato politico e la cui importanza fu sottolineata dai più importanti network del paese. Fu in quell'occasione, in una Belfast ancora torturata dalla guerra civile e ancora non così sicura per i turisti, che ho potuto conoscere Martin Mc Guinness e Gerry Adams, quest'ultimo il vero uomo politico del Sinn Fein, colui che fu il vero protagonista nel far accettare la pace ai repubblicani e che solo perché il premio fu assegnato troppo presto per essere fatto digerire alla controparte, non ottenne il Nobel della Pace che, invece, andò al moderato repubblicano John Hume, leader del partito Socialdemocratico (da sempre dialogante con i britannici) ed al moderato filo britannico David Trimble, leader dell'Ulster Unionist Party. Adams e Mc Guinness hanno condiviso il percorso e l'attuale vice primo ministro nord irlandese all'epoca, con il governo di unità nazionale, fu nominato ministro dell'istruzione. Mc Guinness, in realtà, l'ho incontrato due volte. La prima a Belfast, la seconda poche settimane dopo a Galway, dove si presentò per un dibattito organizzato dalla Political Discussione Society. Un uomo disponibile, alla mano. Molto lontano da un criminale, come veniva dipinto dagli Unionisti, che lo hanno sempre considerato come il capo dell'Ira, accusandolo di esserlo anche nel 1979 quando Lord Mountbatten, cugino della Regina Elisabetta, fu ucciso da un raid dell'esercito repubblicano. Lui sostiene di esserne uscito nel 1974, dopo i mesi trascorsi in carcere e dal momento in cui si è dedicato alla politica. Che sia vero o meno, quello che mi colpì parlando con lui e con Gerry Adams – che invece ho incontrato solo a Belfast- è quello che difficilmente emerge. Cioè che quelli che i britannici chiamavano i “troubles” (i problemi) non erano altro che una guerra civile e non semplici azioni terroristiche. Una guerra che è costata 3mila morti in venti anni ed un numero decisamente più elevato di feriti. Insomma la sensazione non era quella di ritrovarsi di fronte a dei guerriglieri, come spesso i membri dell'Ira venivano definiti, o peggio dei terroristi. Non erano né novelli Che Guevara, né paragonabili alle nostre Brigate Rosse o ai Nar. Erano politici a tutto tondo che, evidentemente, hanno gestito anche un esercito che ha combattuto, tra le varie cose, una guerra finanziata da due grandi potenze. Non è un segreto che gli irlandesi d'America sovvenzionavano l'Ira, così come le forze peggiori del Sud Africa razzista dell'epoca lo facevano con le forze lealiste unioniste filo britanniche, come l'Uff (Ulster Freedom Fighters) e l'Uvf (Ulster Volunteer Force). Insomma una guerra nel bel mezzo della civile Europa e dell'Unione Europea. Una Guerra civile, chiaramente, da nascondere, da mascherare. Compreso il fatto che l'esercito britannico sperimentasse le sue tecniche peggiori di guerra proprio sui prigionieri repubblicani nel carcere conosciuto come “The Maze”.
Oggi non mi meraviglia che combattenti, divenuti poi uomini di governo, abbiano deciso dopo secoli di tensione di puntare sulla convivenza civile. Una convivenza non facile, ma ricercata per il bene di tutti. In un mondo globalizzato in cui non si può che ragionare di un'Irlanda unita inserita in uno stato Europeo. Due figure, quelle di Gerry Adams e di Martin Mc Guinnes che sono giunte al riconoscimento del nemico di un tempo che resta ancora un avversario, ma solo sul piano politico. Oggi grazie alle loro lotte, le stesse di un esercito di resistenza, cattolici e protestanti (la religione in realtà era una scusa attraverso cui darsi diverse identità) godono quasi degli stessi diritti. Gli stessi che non avevano nei pogrom degli anni '70 e '80 quando la stessa leggere elettorale era fatta in modo che la componente filo irlandese non potesse mai vincere le elezioni. Parlare con Gerry Adams e con Martin Mc Guinnes è un po' come sarebbe stato farlo da noi con noi Pertini o altri grandi personaggi che hanno vissuto la Resistenza e che sono arrivati ai vertici dello stato. Non sono certo terroristi. Semmai dei patrioti che hanno dimostrato una grande intelligenza politica per guidare un percorso che oggi, a 15 anni da quei primi, grandi, passi compiuti sta arrivando ad una conclusione. Ed a vedere il grande – e difficile- gesto fotografato non può che riportarmi a 13 anni fa, quando uno di quelli laterali, più piccoli, mi ha comunque visto protagonista. Insieme ad altri trenta ragazzi dell'Università di Galway che, sicuramente, oggi plaudono a quello di Mc Guinnes con maggior trasporto emotivo di quello che vivo io, unico straniero di quel gruppo, che, però, in pochi giorni ha conosciuto e potuto approfondire anche negli anni successivi, una storia molto diversa da quelle che si possono leggere sui libri di storia e sui giornali. La storia di una guerra nascosta di cui la stessa Europa si è sempre vergognata.

sabato 14 aprile 2012

Il finanziamento ai partiti, tra populismo e demagogia

Fare politica e non fare populismo o semplice demagogia. Credo che questo debba essere il ruolo dei partiti, ma anche di chi, come me, svolge una funzione a mio giudizio fondamentale nella società, cioè informare. Per farlo bisogna cercare di essere razionali e di non farsi trascinare dai facili giudizi. In questi giorni sto seguendo il dibattito sul finanziamento pubblico ai partiti, interessante, se vogliamo, quanto scontato nei giudizi. Soprattutto in un periodo di crisi in cui i cittadini debbono frugarsi nelle tasche fino all'ultimo centesimo sperando che basti per arrivare in fondo al mese. Alla fine, anche con l'emotività di giudizio dovuta ai casi Lusi e Lega, la sentenza è presto fatta: togliamo i contributi ai partiti! Lo è se non siamo razionali e se si smette di credere che la buon politica possa essere una cosa giusta. Chiaro è che su questo giudizio pesano due cose: la scarsa trasparenza – e spesso la personalizzazione (intesa nel senso di schiacciarsi sulla figura di un leader)- dei partiti ed una campagna mediatica che tende – anche giustamente- “a fare le pulci” a chiunque ricopra un incarico pubblico, in particolar modo di chi lo fa in ruoli di rilievo. Se personalmente sono d'accordo con il taglio del rimborso delle indennità di deputati, senatori e consiglieri regionali ed anche su una loro riduzione nei numeri, credo che a fare da contraltare ci siano quei soggetti che, ancora, ricoprono cariche pubbliche quasi come fossero di volontariato. Mi riferisco a sindaci ed assessori dei piccoli comuni che hanno indennità di poche centinaia di euro (anche 300) per ricoprire un ruolo di responsabilità (sia politica che penale) e che, proprio per questa ragione, rischiano di ricoprire l'incarico “a tempo perso”, con la possibilità poi di svolgerlo male o, comunque, limitandosi ad avallare le scelte altrui. Personalmente ritengo che sia molto meglio ridurre il numero di amministratori, ma garantire loro uno stipendio adeguato per far sì che durante l'incarico lo possano svolgere a tempo pieno. La stessa cosa potrebbe dirsi per i consiglieri comunali, anche se in questo caso il ruolo può essere ricoperto in maniera adeguata parallelamente alla propria attività lavorativa. Meglio averne meno, ma con un gettone alzato (in tanti comuni è di soli 15 euro per seduta), affinché possano svolgere nel migliore dei modi la loro attività di controllo e di impulso. Da qui, però, rientriamo sulla questione del finanziamento pubblico ai partiti. Credo infatti che la vera partita non debba essere demagogica o populistica, ma razionale e concreta. Io credo che il finanziamento pubblico sia fondamentale in una democrazia. Lo hanno in tutti i paesi occidentali. Una volta ottenuto, però, deve essere chiaro come questi soldi vengono impiegati, ma soprattutto lo debbono essere in favore dei cittadini, dunque del Paese. Perché una democrazia senza partiti non ci può essere, così come non può funzionare una democrazia in mano ai privati che contribuiscono a finanziare le campagne elettorali, di fatto indirizzando le scelte degli organi dirigenti. Ciò che è pubblico – e la democrazia lo è - deve essere sostenuto dal pubblico. Detto questo, però, è giusto e normale che il contributo sia proporzionato alle attività svolte. Non è normale che si usino i soldi per altri interessi, anche privati. Così come è giusto ricordare come non sia giusto che, accanto al finanziamento pubblico tradizionale, cioè al rimborso elettorale, ci siano altre forme di finanziamento ai partiti. Vedi i contributi dati all'editoria legata a questo od a quel politico, ma anche le cosiddette donazioni anonime. Bene fa il Governo a rendere chiaro chi le fa. E qui torniamo alle elevate indennità. Tutti lo sanno, ma in pochi lo dicono, che la gran parte di coloro che ricoprono una carica elettiva cede una quota importante di quanto percepito ai partiti sotto forma di donazioni, e guarda caso, la quota dei 50mila euro dell'anonimato garantito fino ad oggi è circa equivalente a quella che cede annualmente un deputato o un senatore. Ecco spiegato l'arcano per cui alla fine diventa difficile pensare ad un reale taglio dei costi delle stesse indennità. Chi ne subirebbe le conseguenze non è tanto il singolo eletto, quanto i partiti di riferimento, che per questo si oppongono spesso a parole, e poco nei fatti, a tali misure.
Allora si torna alla necessità di essere razionali e di non fare demagogia, ragionando in tema di sprechi. Come spiegato ci sono tante cose che non vanno bene in quello che, alla fine, diventa una scusa per finanziare pubblicamente i partiti, però è vero che questo diventa necessario. Nel 1994, dopo che fu abolito con un referendum, la dimostrazione di ciò che questa assenza avrebbe potuto comportare la si notò sul campo. L'allora Forza Italia di Berlusconi vinse le elezioni grazie ad una campagna mediatica fatta da risorse economiche cui gli altri partiti non si sarebbero mai potuti avvicinare. Da qui la decisione di ripristinare la misura sotto forma di contributo elettorale. Una situazione che si avvicinava molto al modello americano, dove comunque esiste un finanziamento pubblico, ma in cui non c'è un politico che non sia in mano alle lobby. E non è un caso che negli Usa il “lobbista” è uno dei mestieri più redditizi e di maggior potere. Ma funziona realmente, o meglio vi piacerebbe un politico che, finanziato pesantemente da quella o da quell'altra azienda fa gli interessi dei privati (pur dichiarandolo apertamente), anziché quelli pubblici? A me sinceramente no. So benissimo che anche in Italia le lobby esistono e che determinano molte scelte. Non credo che chi viene eletto non sia portatore di interessi., Chi si dichiarava comunista o di sinistra lo è sempre stato della classe operaia o delle imprese cooperative. Chi di destra o liberale delle grandi e medie imprese. Però, alla fine, quel finanziamento pubblico, in un modo o in un altro, se ben utilizzato rappresenta una garanzia. Dunque che rimanga, che si razionalizzi, che non se ne creino troppe forme e che non si generino ulteriori sprechi di risorse. Perché alla fine non ci sarebbe democrazia senza i cittadini e senza di loro non ci sarebbe lo Stato. E per farlo funzionare bene il pubblico deve essere veramente tale. Così come lo deve essere la trasparenza con cui ognuno di noi può controllare chi occupa un ruolo chiave, ma soprattutto, sapere che fine fanno i soldi che, quotidianamente, siamo costretti a versare sotto forma di tasse.
Con la speranza che la politica torni ad essere veramente tale e che sia al servizio dei cittadini. In maniera che la Repubblica sia veramente “res publica” e non, come in troppi casi è accaduto, “res privata”.

venerdì 6 aprile 2012

Furti a Roccastrada, la microcriminalità che mina le certezze!


La questione dei furti nel Comune di Roccastrada ripropone con forza il tema della microcriminalità e di quanto questa sia avvertita dalla popolazione. Che venga colpito un territorio come quello del comune collinare non ci stupisce più di tanto. Questo per la sua superficie vasta, con paesi anche distanti tra loro e con più vie di accesso (e dunque anche di fuga), con campagne vaste e poderi spesso isolati. Ma c'è di più – e qualcuno lo ha anche sollevato pubblicamente- in tutto il territorio ci sono tre stazioni dei Carabinieri che possono anche avere difficoltà a coprirlo nel dettaglio a causa di una conformazione particolare. E' questa – come ha sostenuto in più di un'occasione il Sindaco Innocenti- una problematica per cogliere i malviventi in flagranza di reato. Il mio ragionamento, però, non vuole toccare quella che è la sorveglianza del territorio. In un momento in cui lo Stato investe sempre di meno sulle forze dell'ordine e sulla sicurezza dei cittadini, i Carabinieri, la Polizia, la Guardia di Finanza e tutti gli altri corpi cercando di fare quanto meglio possono. Ho spesso la possibilità di confrontarmi con loro e con i loro rappresentati sindacali e capisco quanto sia difficile in questo momento il loro compito. In un settore, in cui le risorse di questi tempi dovrebbero essere aumentate e non tagliate. La microcriminalità, infatti, è sintomo tipico del disagio sociale che anche il nostro paese sta vivendo. E quando questo aumenta torna a salire il numero dei furti e delle rapine, che a volte sono anche di minima entità, ma tali da colpire direttamente il cittadino, anche nella sua intimità (e per questo maggiormente avvertiti e fastidiosi, anche rispetto alle grandi truffe che spesso ascoltiamo in tv o leggiamo sui giornali). Basti pensare ai furti nelle abitazioni, in cui si creare anche il danno psicologico di non sentirsi più sicuro neppure in casa. Se non è la residenza viene colpita l'auto, oppure – se ci si trova in campagna- gli annessi. Ladri che cercano contanti, oro o qualcosa di facilmente commerciabile. Non si interessano ad altre cose, magari anche più preziose. Furti che spesso sono effettuati da soggetti che vengono dagli strati più poveri della popolazione, in molti casi da stranieri immigrati in cerca di, non si sa quale, fortuna. Insomma ci sono tanti motivi che fanno l'uomo ladro di cui si può discutere, ma che non ne cambia il senso.
Il mio ragionamento, però, vuole condurre ad una riflessione ancor più specifica che va a coinvolgere le vittime dei furti. Conosco tante persone nel Comune di Roccastrada e non nego che si stia creando una vera e propria psicosi. Il rischio è quello di vedere reazioni anche spropositate dovute alla paura. In questi giorni si legge del gestore di una pompa di benzina pugliese condannato a 10 anni perché ha sparato ad un ladro dopo che era stato rapinato per ben dodici volte, o l'uccisione di una rapinatrice da parte di un gioielliere, con tanto di applauso nei suoi confronti da parte di un'intera comunità che, evidentemente, non ne può più dei malviventi. Non entro nel merito della questione, ma capisco che tale reazione da parte di chi è esasperato si possa avere. Questo però fa riflettere su cosa possa costare per una persona normale, quello che il diritto definirebbe “il buon padre di famiglia” se si ritrovasse in una situazione limite.
Sono profondamente convinto che il consiglio che danno le istituzioni di chiamare gli organi competenti sia fondamentale. Bisogna avere la freddezza di non opporsi ai malviventi e di non reagire, anche per non mettersi nei guai con una legge che, in molti casi, pone chi reagisce sullo stesso piano (o di poco inferiore) a chi contravviene. Questo con la speranza che gli inquirenti, agendo in via preventiva, riescano ad impedire che i furti continuino. Così come bisogna cercare di capire, all'interno di una comunità, da dove gli stessi provengano. Perché la psicosi, alla fine, rischia di far accusare l'uno con l'altro (specie laddove esistono varie comunità, tra cui diverse straniere) per poi rendersi conto che, magari, i malviventi vengono da fuori e che chi vive sul territorio, magari, le leggi le rispetta e si è legato profondamente alla realtà locale. Per tutte queste ragioni l'attività delle istituzioni è importante. Ma è anche fondamentale che, entro poco tempo, si vedano i risultati e che in tutta la comunità, formata da italiani e stranieri, torni la serenità. Punendo i colpevoli con pene certe e senza rischiare di ritrovarseli di nuovo in casa nel giro di pochi giorni. Perché in questo modo si crea esasperazione. E con questa arrivano anche reazioni che, per quanto si cerchino di evitare, a volte, purtroppo, non sono controllabili. Ed i recenti fatti registrati in Italia lo dimostrano.

lunedì 2 gennaio 2012

Osservatorio ambientale territoriale: un'occasione da non sprecare


Nelle scorse settimane la Provincia di Grosseto ha presentato la nascita dell'Osservatorio Ambientale Territoriale. Una nuova struttura – assolutamente gratuita nei soggetti che la costituiscono- che avrà il compito di monitorare le emergenze ambientali della Maremma. Partirà dalla Piana di Scarlino, ma potrà svolgere la sua attività anche in altre realtà. Al di là della discussione sul ruolo che l'Osservatorio potrà avere, per la prima volta emerge una fatto nuovo: ne potranno fare parte anche i rappresentanti dei comitati ambientali. Un passaggio non di poco conto e che va al di là di quella che è la legge sulla partecipazione. I comitati che cercheranno effettivamente un confronto costruttivo potranno essere protagonisti all'interno di questa nuova struttura. Una cosa è stata ben sottolineata, anche durante la presentazione, dall'assessore provinciale all'ambiente Patrizia Siveri. “Chi vi farà parte – ha detto- dovrà poter discutere sui fatti e sui dati. Non ci sarà posto per chi ha posizione demagogiche”. Giusto, sono d'accordo. Ci sono purtroppo dei Comitati che sanno solo dire di no, come se il mondo dovesse sempre arretrare e non avanzare e che sono pronti a sostenere che si “stava meglio quando si stava peggio”.
Nella mia attività professionale, però, ho anche trovato quelli che hanno voglia di fare, di costruire, che non dicono di no a priori e che vorrebbero un confronto con le amministrazioni. E queste spesso non glielo concedono.
L'Osservatorio, dunque, se funzionerà e sarà tavolo di dibattito e di garanzia per i cittadini, sarà qualcosa di ben accetto e di funzionale. Lo sarà ancor di più se premetterà uno sviluppo sostenibile della nostra terra e meno impattante, sia sul piano dell'inquinamento che, su quello paesaggistico. E' chiaro che in tanti vorranno vederlo all'opera. Su questo, però, l'assessore Siveri è determinata, sia nel realizzarlo che nel far sì che possa funzionare al meglio. In Maremma, d'altra parte, ci sono tante priorità. L'emergenza della piana di Scarlino è una di queste e con tante posizioni differenti, anche tra le varie amministrazioni locali. Ma c'è la questione del Polo Logistico di Braccagni, dei mega impianti fotovoltaici di Roccastrada e di Manciano, del porto di Talamone, dell'Autostrada, della geotermia sull'Amiata, della discarica delle Strillaie ed altre ancora. Emergenze più o meno gravi che hanno visto nascere diverse associazioni di cittadini pronte a dare battaglia su temi delicati. Spesso, però, non si riesce ad avere un confronto sui dati, spesso discordanti tra loro. Avere un tavolo in cui, con serenità e serietà, valutarli ed elaborarli, rappresenta un ottimo punto di partenza. Purché ci sia la voglia reale di incontrarsi e di ragionare sui vari temi. Perché non è dicendo no a priori, dall'una e dall'altra parte che si risolvono i problemi e che si riporta la gente ad interessarsi della cosa pubblica, dunque di ciò che alla fine ci appartiene. A tutti, indistintamente.

mercoledì 30 novembre 2011

Pietro Leopoldo, la Toscana e l'Italia di oggi commissariata. La storia che ritorna.

E' la storia d'Italia: per essere amministrata bene deve rivolgersi agli stranieri!”. Una frase che un amico ha pronunciato nei giorni scorsi mi dà lo slancio per parlare di un argomento quanto mai attuale, anche a livello locale. Con il 30 novembre, infatti, la Toscana celebra la sua festa. Una data significativa, perché va a salutare una grande conquista in team di diritti civili che reca questa data, solo spostata al 1786. In quel giorno Pietro Leopoldo di Lorena, Granduca di Toscana, primo sovrano al mondo a farlo abolì la pena di morte. Fu una delle tante, grandi, riforme che coluì che, dopo 25 anni (dal 1865 al 1890) da sovrano illuminato nella nostra terra, diventò Leopoldo II Imperatore d'Austria. Figlio di Maria Teresa d'Austria, la grande imperatrice emblema dei sovrani illuminati, Pietro Leopoldo fece diventare uno stato satellite dell'Impero Asburgico, una nazione di riferimento. Non solo a livello di diritti, ma nel miglioramento della vita di questa terra. Non è un caso che sotto di lui iniziarono le opere di bonifica della Maremma e della Val di Chiana. Insomma un impatto forte, quello di Pietro Leopoldo, su quella che sarebbe poi divenuta la Provincia di Grosseto che assunse questo rango staccandola da quella senese, nel 1780 proprio sotto il suo regno. Forse fu proprio Pietro Leopoldo ad avere il maggior impatto sulla nostra terra, più di ogni altro sovrano, anche del nipote Leopoldo II che proseguirà con le bonifiche da lui iniziate e chi si guadagnerà il monumento in piazza Dante. Pietro Leopoldo era solito girare la sua Toscana ed appuntare in un diario – poi dato alle stampe- quello che vedeva. In questo periodo ha annotato le sue considerazioni di ogni borgo della nostra regione, con problematiche incontrate e quelle da risolvere con urgenza. Una capacità di governo che pochi altri mostrarono e che fece diventare la Toscana uno stato moderno, forse il più evoluto dell'epoca. Tanto che ne alzò in maniera determinante il tenore di vita.
Non è un caso che la Leopoldina, il codice penale del Granducato da lui voluto, è tuttora un modello che viene preso in considerazione da illustri studiosi. In quegli anni sostituì la pena di morte (ripristinata poi dallo stesso Leopoldo II dopo i moti del 1848) con i lavori forzati in Maremma. Una pena che – attuando il concetto di Cesare Beccaria- spaventava molto di più della ghigliottina.
Insomma la ricorrenza della Festa della Toscana riporta ad un tema di grande attualità, in un periodo in cui la politica italiana si dice essere stata commissariata di nuovo dai tedeschi. E non è un caso che in quegli anni gli staterelli dell'attuale Germania erano sotto l'Impero Asburgico. Se avesse allora ragione il mio amico, cioè che per fare le cose per bene da noi serve un governo (o un governatore) straniero?

mercoledì 23 novembre 2011

Con il digitale terrestre si completa la "connessione tecnologica" dei media

Alla fine la conferma si è avuta. Il digitale terrestre si è presentato con una miriade di canali che, al momento, addirittura disorientano. Ci sono quelli nazionali, quelli locali ed altri ancora che arriveranno nelle prossime settimane. Tutto questo in barba a chi, forse, non ci aveva capito nulla, cioè che il digitale ucciderebbe il pluralismo. Invece non è affatto così, anzi, la scelta aumenterà e, come sempre accade, più canali hai a disposizione e più andrai a cercare la qualità. E' questo l'unico fattore che farà la differenza tra le varie tv nazionali, ma anche locali.
Il punto, però, è un altro. Con l'avvento della tv digitale si andrà a completare l'ultima fase della grande rivoluzione rivoluzione data dalle nuove tecnologie. In particolare si completerà il percorso di “connessione tecnologica dei media” che vedrà la sinergia tra i vari mezzi di comunicazione, cioè quelli tradizionali ed i new media.
Un collegamento, tra di loro, che di fatto oggi già esiste. Basta avere un pc, un ipad, un tablet, un iphone o smartphone ed oggi mi posso leggere il mio quotidiano preferito sfogliandolo come faccio con l'edizione cartacea. Ma se voglio un formato “internet” trovo anche quello. Chi ha investito su web radio e web tv, come ha fatto in maniera importante il gruppo L'Espresso-Repubblica, oggi con il digitale, diventa fornitore di contenuti e si propone anche in televisione. La tv riprende ciò che accade su internet, mentre sulla rete si ascoltano radio e si guardano le immagini. Ma cosa serve per fare una vera e propria connessione coordinata? Semplice: che i vari mezzi si riuniscano in un unico strumento e che, in contemporanea, si riesca a passare dall'uno all'altro. Personalmente non sono convinto che la carta sparirà. Volete mettere leggersi il giornale in spiaggia, o sulla panchina di un parco, o in terrazza in completo relax? Così come leggersi un libro nella massima tranquillità e con l'odore della carta sotto il naso. Però se io viaggio in aereo o passo di hotel in hotel, o sono all'estero so che poter riunire i miei libri preferiti, le mie riviste o il mio giornale su un tablet, rappresenterà una scelta di comodità non indifferente. E se poi lo posso connettere con la mia tv a pagamento (satellitare o digitale) utilizzando uno schermo hd seguendo, magari, la mia squadra del cuore anche in viaggio o il mio tg preferito è anche meglio. Sulla rete cerco invece sempre la velocità di informazione, trovo le notizie di un mondo che da reale diventa virtuale. Dopo che le ho avute andrò ad approfondirle. E per farlo che cosa c'è di meglio che il telecomando di casa seduto comodamente in poltrona con un bel po' di tempo a disposizione? Sicuramente nulla. Ecco, però, che ogni tanto mi farà voglia di guardare la mia e-mail o, magari mentre guardo una partita, chattare e commentare su facebook, ma perché no, guardarsi you tube o le web tv in un formato decisamente più appropriato. Ecco allora che con una tastiera a raggi infrarossi ed il mio televisore da 50 pollici posso navigare. Ecco questo è l'ultimo tassello che mancava per completare la mia connessione tecnologica. Presto arriverà e potrà accadere attraverso la tv digitale o satellitare, sempre utilizzando la tecnologia. In pratica le frequenze che sono rimaste libere saranno cedute ad operatori di rete telefonici. Questi, di fatto, utilizzeranno l'etere per portare nelle case degli italiani internet e dall'antenna la rete (e magari anche il telefono o il videotelefono) entrerà direttamente nella tv. Insomma tra qualche tempo avremo più strumenti (tv, computer, tablet, telefoni) per uno stesso fine o scopo. Manca solamente internet dentro la televisione ed il cerchio di una rivoluzione durata una ventina di anni si chiuderà. Oggi è possibile, tra qualche tempo, non troppo lontano vedremo in pratica. Resterà poi a noi scegliere come e dove usufruire dei servizi offerti. 

giovedì 3 novembre 2011

Fotovoltaico di Collelungo, perché non sarà una risorsa per Roccastrada


Ancora attacco al territorio maremmano. Mentre va avanti la battaglia sul Polo Logistico di Braccagni a Roccastrtada si alza l'allarme del Comitato Val di Farma sui 100 ettari (avete capito bene cento) di fotovoltaico a Collelungo nella zona dell'aratrice. Un cazzotto in un occhio per chi ama il nostro paesaggio ed una vallata che sta tra il paese collinare e Civitella. Nei giorni scorsi avevo parlato di fonti energetiche rinnovabili ed avevo sollecitato lo sviluppo di un uso “domestico” di queste risorse. Uno sviluppo decisamente poco impattante e rispettoso dell'ambiente. Due aspetti che non sono propri di questo tipo di centrali fotovoltaiche. Utilizzare cento ettari di terreno fertile in area doc o igp per installarvi pannelli solari che andranno a produrre 56 megawatt di elettricità mi sembra qualcosa che sta fuori da mondo. Non tanto per chi lo propone che, giustamente, da privato, per di più con base fuori regione, guarda principalmente al fatturato più che alle esigenze del territorio. Mi sembra sconcertante, invece, che questo impianto venga sostenuto a livello locale. Partiti politici ed amministratori che vivono nella zona sanno che cosa andranno a far realizzare se il progetto dovesse essere approvato? Avete mai provato ad affacciarvi da Roccastrada verso la valle del Gretano o a farlo da Civitella? C'è una veduta bellissima di un'area coltivata che già oggi vede un impianto di circa un ettaro che si nota bene dai due paesi. Pensatene uno grande cento volte quello attuale, fatto con le basi di cemento armato e che, tra 25 anni, renderà necessaria la sostituzione degli specchi. Tutta terra che un giorno non potrà comunque tornare ad essere fertile come lo è oggi. Come ho già spiegato ritengo necessaria una politica delle fonti alternative in Italia per la produzione domiciliare, questo abbatterebbe emissioni di CO2 ed anche le spese di una famiglia. Non ritengo ancora oggi conveniente uno sviluppo di tipo “industriale” delle fonti energetiche rinnovabili. Considero negativamente l'eolico di Scansano, lo sarà ancor di più l'impianto di Collelungo. Tutto questo per garantire una produzione a suo modo inquinante, visto che se non ha emissioni in atmosfera, comunque prevede uno stravolgimento paesaggistico e di produttività di un'area agricola ad oggi decisamente fertile. Cari amministratori di Roccastrada, caro segretario comunale del Pd che – mi risulta- sia anche il progettista dell'impianto (se così non fosse mi scuso in anticipo con Lei) mi spiegate perché ogni volta che vi presentate in campagna elettorale puntate sullo sviluppo del turismo o dei prodotti tipici quando poi bellezze paesaggistiche come quelle che avete la fortuna di ospitare nel vostro comune o la produzione di vini doc e di prodotti igp vengono sacrificati per lasciar spazio al nero dei pannelli solari e ad interessi privati che, di certo, cozzano con quelli collettivi il cui perseguimento è alla base di una buona amministrazione. Tutto questo quando da anni avete urbanizzato l'area di vostra competenza del Madonnino per vedere, al momento, solamente una costruzione avviata. Pensate che tutto ciò vi porti buona pubblicità, quando esperti del settore sono espressamente contrari agli impianti a terra per l'impatto che gli stessi hanno sul territorio? Ma soprattutto vi domando: in bolletta i cittadini del vostro comune ne ricaveranno dei benefici? Penso di no, come quelli di Sticciano non ne hanno mai avuti dall'impianto del Cicalino che ha un'estensione decisamente più ridotta, cioè di cinque ettari. Ecco io credo che le questioni poste dal Comitato Val di Farma debbano farvi riflettere, così come dovrebbero far riflettere chi, firmando il progetto, si trova poi ad avere un incarico politico importante che può avere un peso sulle scelte dell'amministrazione. Personalmente odio l'uso del termine casta, così come la generalizzazione sul fatto che dietro alla politica esistano degli interessi privati che vengono anteposti a quelli della collettività. Credo che una buona amministrazione sia quella che ascolta i cittadini, che li informa e, soprattutto, che rispetta le esigenze della gente. Pensate un giorno, affacciandosi dalla stanze del comune, vedere nella vallata sottostante anziché il tipico paesaggio toscano fatto di campi coltivati una distesa di specchi che riflette quando ci batte il sole o di un tetro colore nero quando sono in ombra. Una cartolina che non sarebbe di certo un bello spot per il vostro territorio. Riflettete di tutto ciò quando in queste serate vi richiederà una bella fetta di bruschetta fatta con olio igp o vi bevete un bel bicchiere di rosso doc Monteregio. Queste sì che sono pubblicità positive. Non certo un impianto fotovoltaico di quelle dimensione. Volete fare del bene all'ambiente? Impegnatevi affinché tutte le nuove costruzioni abbiano il tetto realizzato con le fotocellule o che nei poderi vengano installati i cosiddetti mini eolici. Così perseguirete l'interesse collettivo e garantirete a tutti noi un futuro migliore. Fate togliere l'eternit dalle stalle sostituendolo con specchi solari. Darete una mano agli agricoltori in tempi di crisi. Ma non continuate a sottrarre ettari ed ettari di terreno fertile. L'agricoltura è un settore primario e proprio per questo va salvaguardata. Farlo in un'area come quella del vostro comune che in passato ha sofferto economicamente per la chiusura delle miniere, e ne ha pagato anche in termini di bonifiche da effettuare, avrebbe un valore decisamente superiore.