domenica 30 settembre 2018

IL DRITTO E IL ROVESCIO 🎾 (28 settembre 2018)

La Nota di Aggiornamento Documento di Economia e Finanza (il Nadef) è stata finalmente varata e dopo giorni di parole se ne conoscono finalmente i primi dettagli.
C'è chi esulta per il risultato raggiunto scendendo in piazza con le bandiere e senza attendere quelli che saranno i risultati concreti, che si vedranno solo tra qualche tempo (il dritto).
C'è chi, invece, critica a prescindere rimanendo in una posizione di rigidità che, obiettivamente, in questi anni non ha portato ad una ripresa concreta e, forse, limitata solo ai dati contabili (il rovescio).
Come sempre questa rubrica non vuole prendere posizione, ma semplicemente provare a capire con una discussione, mi auguro, ancora una volta costruttiva. Non ho le competenze per entrare nel dettaglio tecnico - la mia formazione si limita ad un esame universitario di Politica Economica- però provo ad analizzare in base a quello che, da più parti, i vari esperti vanno dicendo.
La premessa è che se molti economisti stanno dall'una parte e molti dall'altra evidentemente non esiste una verità assoluta e questo è un principio da cui partire. Mi sembra che il Nadef abbia degli elementi interessanti ed altri su cui occorre ragionare. A partire dal quel 2,4% di rapporto deficit/pil per i prossimi due anni che ha fatto tanto discutere (il Ministro Tria avrebbe voluto l'1,6%). Un dato contabile porta con sé tante cose, però si tratta pur sempre di un rapporto. Dunque se la manovra garantisse davvero benefici all'economia italiana, è evidente che a parità di deficit, crescendo il Pil, il rapporto stesso si abbasserebbe. L'Europa, chiaramente storcerà il naso, però c'è un precedente, almeno recente, quello del Portogallo con un governo socialista e sostenuto dall'estrema sinistra che, andando contro le regole imposte, ha avuto una buona risposta in termini di crescita. Se consideriamo che l'Italia è una delle più importanti economie mondiali è evidente che se si riuscisse a far leva sul Pil si potrebbero aggiustare nuovamente diversi parametri. Anche perché la politica dei tagli non ha portato a grandi risultati, il Pil per anni è andato al ribasso ed il debito è cresciuto. La scelta del Governo produrrà danni o effetti positivi? Lo vedremo nei prossimi mesi, personalmente non so giudicare, a parte ragionare facendo i classici "conti della serva" come insegnano a scuola. E comprendo che questo sia un ragionare molto poco da economisti!
Una misura per me interessante resta quella della Flat Tax. Va contro il dettato Costituzionale come sostiene qualcuno? Vedremo. Secondo me no - e qui parlo da "giurista"- nel senso che comunque pagare in proporzione al reddito prodotto dovrebbe permettere di restare all'interno del dettato della Carta. La misura la ritengo interessante proprio perché se dovesse funzionare - magari affiancata da controlli rigidi- potrebbe abbattere l'evasione fiscale dovuta ad una pressione decisamente elevata. Se ciò avvenisse il saldo netto dei ricavi da parte dello Stato potrebbe anche aumentare, visto l'elevato numero di evasori. Anche questa è chiaramente una riflessione teorica. Dovremo vedere poi nel concreto. Una tassazione più bassa, però, potrebbe attrarre nuovi investimenti e questo invece potrebbe aiutare nel concreto. Chiaramente anche qui ci sarà chi ci guadagna e chi ci rimette. Ma come ogni manovra non potrà di certo accontentare tutti.
Giusta poi anche la revisione della Legge Fornero ed il ritorno alla quota 100, sperando che, anche qui, non ci siano il soliti trucchi nei calcoli. Capisco che il sistema previdenziale costa, ma se non si garantisce l'uscita dal lavoro e la possibilità di riassumere, specie in un paese che non cresce, diventa difficile sperare in nuova occupazione per i giovani.
Qualche dubbio continuo ad averlo sul reddito di cittadinanza in senso lato. Vedremo poi come sarà possibile ottenerlo - si parla già di tararlo in base al reddito familiare- ma soprattutto bisogna capirne le regole. Personalmente garantirei sì il reddito, ma dietro un lavoro svolto per gli enti pubblici che sono in carenza di personale. Della serie che ti do 780 euro, ma in base alle tue qualifiche ti impiego in Comune, in Provincia o in un qualsiasi ente. Una sorta di servizio civile "specializzato". Allora credo che la misura potrebbe avere un senso.
C'è poi la questione della pace fiscale - o condono che dir si voglia-. Giusto, sbagliato? Anche qui il ragionamento andrebbe fatto con serenità. Io ritengo che chi non ha pagato debba comunque pagare, semmai non lo deve fare con un sistema che strangola. Della serie che se uno restituisce una tantum quanto dovuto e senza interessi la "pace" possa essere fatta, se si annulla e basta, allora si tratta di un regalo che non va bene. Chiaramente da quel momento in poi non ci dovrebbero essere nuovi sconti.
Un altro aspetto interessante è la riduzione, fatta con legge costituzionale, da 630 a 400 dei deputati e da 315 a 200 dei senatori, con l'abolizione del Cnel e l'abbattimento del quorum per il referendum abrogativo. Sono d'accordo sulle seconde due misure. Lo sono anche sulla prima, ma va riflettuta anche con una legge elettorale che garantisca rappresentanza alla Camera ed al Senato a tutte le province italiane.
Ovviamente quelle che ho riportato sono valutazione superficiali fatte in base a quello che ho letto sui vari quotidiani, dell'una e dell'altra parte politica. Non hanno fondamento scientifico o economico e, magari, potranno essere facilmente smontate da chi ha competenze di questo tipo che, forse, riuscirà a convincermi del contrario. Di certo è che da discutere c'è tanto, da esultare o deprimersi a priori, sicuramente no.

IL DRITTO E IL ROVESCIO 🎾 (26 settembre 2018)

La nave Aquarius torna protagonista ed apre una crisi di rapporti nell'Unione Europea che è molto più ampia di uno scontro a distanza tra governo italiano e francese.
Il presidente transalpino Macron parla di "crisi politica tra Italia e Ue" (il dritto).
Il premier italiano Conte replica che Macron "parla per la Francia e non per gli altri stati" (il rovescio).
La verità probabilmente è una: il Governo italiano sul fronte sovranista e quello francese su quello europeista hanno già lanciato la campagna elettorale per le elezioni del Parlamento Ue del 26 maggio 2019. È evidente che i due blocchi trovano i sostenitori maggiori nei partiti di Governo dei paesi che pesano di più, Italia e Francia. La Germania, al momento, ha un esecutivo troppo fragile e diviso per giocare un ruolo decisivo in questa fase. Se guardiamo alle politiche interne tutto ciò trova conferma, con gli appelli nella Penisola a creare un fronte comune europeista che vada da Liberi e Uguali a Forza Italia ed una campagna francese in cui i pesi a destra si sono ribaltati nei rapporti con gli italiani. Se prima era Marine Le Pen a prestare il suo volto alle campagne di Matteo Salvini adesso è il leader della Lega a comparire in tutti i manifesti dell'alleata transalpina.
In tutto questo però è evidente la crisi delle istituzioni europee. Se Macron punta il dito sull'Italia parlando di crisi politica con l'Ue nella vicenda Aquarius, è evidente però che la questione non è stata portata all'attenzione dell'Europa -dove con i voti ponderati difficilmente avrebbe ottenuto un risultato positivo- ma ha dovuto trovare accordi unilaterali con Spagna, Portogallo e Germania, governi i cui partiti siedono sul fronte europeista.
Con la crescita, dunque, di partiti e movimenti sovranisti in tutto il continente appare chiaro che il blocco europeista deve cercare di battere un colpo e per farlo ha bisogno di un nemico. Quel nemico che il fronte opposto ha da anni trovato a Bruxelles e che sul tema dell'immigrazione, agli occhi dei suoi elettori, è stato legittimato nel ruolo.
Se per il blocco europeista, fino ad oggi, gli avversari sovranisti -Polonia e Ungheria in primis- facevano poca paura ed avevano un peso poco consistente, anche in termini di europarlamentari espressi, un Governo italiano con i suoi due partiti lanciati dai sondaggi attorno al 60 per cento e con grande visibilità mediatica, rappresenta il pericolo di un effetto domino che potrebbe estendersi a tutta l'Europa, sostenuto anche dalla Brexit e dai sovranismi americano di Trump e russo di Putin.
Insomma lo scontro a distanza tra Macron ed il Governo Italiano (nella fattispecie Salvini) non può essere limitato al tema dei migranti (su cui le politiche francesi non sono tanto più votate all'accoglienza rispetto a quelle attuali italiane), ma va letto in un quadro più ampio di una futura leadership europea.

IL DRITTO E IL ROVESCIO 🎾 (23 settembre 2018)

Con il ritorno dell'autunno e l'entrata nel vivo delle varie discipline gli italiani tornano a discutere di sport, ma anche della loro visibilità.

Da un lato il ritorno del campionato di serie A e della Champions League riempiono le prime pagine dei giornali a dispetto delle altre discipline sportive (il dritto).
I successi della Nazionale di pallavolo riaprono però il dibattito sullo squilibrio mediatico del calcio rispetto agli altri sport (il rovescio).
Una situazione di contrapposizione tra il calcio ed il "resto degli sport" che è destinata a proseguire anche nel futuro.
Difficile prendere una posizione per chi ama lo sport in generale ed anche la storia sportiva che fa parte di quella sociale di un paese. Nel caso dell'Italia questa parla sicuramente di discipline che sono entrate nel dna dei cittadini. Il calcio lo è sicuramente ancora oggi, nel passato lo erano anche gli eroi del ciclismo e del pugilato, come lo sono ancora la Ferrari ed i campioni de motomondiale.
Il calcio chiaramente ha saputo cavalcare negli anni il cavallo del marketing con un'esposizione mediatica che rende questa disciplina talmente popolare da mettersi da sola, con i suoi Mondiali, in concorrenza con le Olimpiadi (che raggruppano tutte le altre, almeno le principali).
Logico quindi dibattere, soprattutto sul tema dei giochi di squadra, di fronte magari ad una Nazionale come quella di pallavolo che sta entusiasmando, difficile affrontare il dibattito con freddezza se non lo si inquadra nella quotidianità del Paese dove le vicende calcistiche superano spesso per interesse anche quelle, ben più importanti, politiche. E se vogliamo fare un ulteriore esempio sociologico si può riflettere su un'Italia in cui in ogni borgo non troviamo i servizi principali, ma quasi certamente è presente un campo da calcio.
E qui ci si può domandare se questo sia giusto oppure no.
Chi ha praticato uno sport a livello agonistico dirà di no, perché l'atleta, di qualsiasi disciplina, dedica tempo e sforzi per gli allenamenti, ma i successi non vengono celebrati allo stesso modo.
Chi guarda alla questione sotto l'aspetto economico dirà che questo è ciò che più conta è che le logiche d mercato rispecchiano il reale interesse degli italiani verso le varie discipline.
Insomma anche per chi, come me, ama lo sport a tutto tondo, da qualsiasi punto lo si guardi il dibattito non avrà mai fine!!!

IL DRITTO E IL ROVESCIO 🎾 (21 settembre 2018)

Sulle Olimpiadi invernali il fronte Torino-Milano/Cortina e M5S-Lega sembra essersi rotto. Nelle prossime ore potrebbe giungere la scelta definitiva da presentare al Cio (Comitato Internazionale Olimpico) o arrivare alla rinuncia della candidatura italiana.
L'Italia già alcune mesi fa aveva clamorosamente rinunciato all'organizzazione delle Olimpiadi di Roma 2024 dopo l'avvento della giunta Raggi nella Capitale. Una corsa che di fatto era quasi vinta, con conseguente figuraccia nei confronti del Cio (il dritto).
L'autorevolezza del presidente del Coni Malagò che si era speso in prima persona per la Capitale e la comprensione, da parte del comitato olimpico, che la rinuncia era avvenuta per scelte estranee al mondo dello sport ed all'allora Governo, ma tutte interne alla nuova giunta di Roma, ha garantito all'Italia la possibilità di concorrere, ancora da favorita, a quelle invernali del 2026, fortemente volute (a differenza della collega Raggi) dal Sindaco M5S di Torino Appendino, puntando così su una candidatura a tre Milano-Torino-Cortina (il rovescio).
In tutte questo l'Italia rischia la seconda figuraccia. Milano aveva già pensato, nel passato, di concorrere per quelle estive senza mai riuscirci, soprattutto alla luce della candidatura romana. Dopo la visibilità garantita dall'Expò il Sindaco Sala ha compreso che anche un'Olimpiade invernale, così come avvenuto nel 2006 per Torino, avrebbe potuto garantire visibilità ed investimenti. Obiettivamente una candidatura a tre sembra di difficile realizzazione e rischia di arenarsi definitivamente - nonostante gli ultimi tentativi di alcune forze politiche- su chi metterà il nome al primo posto. Questione, dunque, di brand. Vero è che un asse Milano-Cortina, che unisce la grande città e la località più esclusiva del paese che ha già ospitato le Olimpiadi invernali, sostenuta da un sindaco Pd e da due Governatori della Lega potrebbe avere grosse chance di arrivare all'obiettivo. Non fosse altro perché rappresenta la scelta di due regioni che, volendo, hanno le risorse per organizzare i Giochi senza pesare troppo sulle casse pubbliche. Sala stesso ha ricordato come Lombardia e Veneto abbiano un pil superiore rispetto anche a Paesi confinanti (tipo l'Austria) e, questo, dovrebbe garantire le risorse necessarie per organizzare i Giochi, abbassando di molto l'investimento dello stato centrale. Diverso è il caso di Torino, con il ministro Toninelli - critico sulle Olimpiadi di Roma- che proprio oggi sostiene il sindaco Appendino nella richiesta di una nuova corsa in solitario del capoluogo piemontese. In questo tutte le parti in causa hanno accettato un'ultima mediazione del sottosegretario Giorgetti, ma la quadra sembra ormai difficile da trovare e, comunque adesso anche costruire una candidatura diversa da quella a tre rappresenterebbe una vera e propria corsa contro il tempo.
In tutto questo c'è la credibilità dell'Italia.
Personalmente ho sempre sostenuto che se organizzate bene le Olimpiadi possono essere un volano importante per l'economia di un territorio (a livello di immagine, infrastrutturale e occupazionale). Le avrei volute a Roma, le vorrei di nuovo nel Nord Italia. Torino è stato un esempio di buona organizzazione, come dimostra il giudizio positivo che ne hanno dato i pentastellati. Difficilmente si potranno organizzare Olimpiadi senza il pieno sostegno del Governo, anche finanziario, come vorrebbe il Ministro Di Maio. Il Cio vuole, quanto meno, le garanzie dall'esecutivo, anche nel rispetto dei tempi di realizzazione delle opere.
L'Italia non può sicuramente permettersi un altro passo falso, per il rischio di uscire dalla possibilità di organizzare grandi eventi internazionali anche nelle altre discipline sportive.
In tutto ciò, più che dire no, a me piacerebbe una politica che dimostrasse che anche da noi si può fare e fare bene, senza mettere le mani avanti con i soliti luoghi comuni che il grande evento si trasforma solo in una "ruberia". Sta a chi amministra dimostrare che non è così e che lui sa fare meglio di altri trasformandole in un'opportunità prima ed una risorsa poi.

IL DRITTO E IL ROVESCIO 🎾 (18 settembre 2018)

Tra cene che ci sono state e quelle che non ci saranno le manovre future dei partiti sono già iniziate. Tutto questo con un Governo che procede con equilibri non sempre semplici da mantenere. Da qui un nuovo spunto di riflessione su cui dibattere.

Nel centrodestra cenano Salvini e Berlusconi per mettere a punto le strategie future (il dritto).
Nel Pd non cenano insieme Calenda, Renzi, Minniti e Gentiloni nella ricerca di una sintesi per creare un'alternativa a Zingaretti l'unico candidato già in campo (il rovescio).
È evidente dunque che la Lega abbia raggiunto l'obiettivo di essere il partito forte del centrodestra e di aver convinto lo stesso Berlusconi ad accettare questo ruolo. Un centrodestra che comunque aveva bisogno di creare una leadership dopo 25 anni di comando indiscusso del Cavaliere.
Nel centrosinistra molto, se non tutto, ruota attorno al Pd e lì è un mondo a parte, come se fossero tanti partiti in uno solo. Un partito che è in evidente crisi di identità. Un'identità che, forse, non è mai nata per un soggetto politico che univa persone venute da esperienze e culture diverse, ma soprattutto che aveva una logica chiara inserita in un sistema maggioritario bipolare. Sistema che alla fine non ha voluto lo stesso Pd, che ha optato per uno proporzionale che esalta i particolarismi più delle unioni. Tutto questo in vista di un congresso che rischia di essere l'ennesima sfida fratricida e divisiva. Per i più cinici si potrebbe dire anche conclusiva, nel senso che il partito potrebbe andare verso nuove divisioni o, più probabilmente, lo scioglimento.
Da qui giunge una nuova riflessione. In una politica che sta cambiando e con delle nuove alleanze transnazionali, come evolveranno i partiti dei prossimi anni? La sinistra estrema manca oggi di un coordinamento di tal genere dopo che dalla Grecia ci avevano provato Tsipras, prima, e Varoufakis, poi. Il Pse è In crisi, anche a causa di quelle dei singoli partiti socialisti nazionali, il Ppe deve combattere alcune battaglie al suo interno -a partire da quelle con gli esponenti del blocco di Visegrad- , mentre a destra il fronte che comprende il blocco sovranista che vede l'asse portante Salvini-Le Pen con l'aggiunta di Orban (se dovesse uscire dal Ppe) sembra aver puntato già su questa strada.
Insomma un percorso quello che vedremo su tutti i fronti politici che, da qui a qualche mese, potrà cambiare tutti gli scenari. Ed in tutto questo c'è un'ultima domanda: che ruolo giocherà in Italia e in Europa il Movimento 5 Stelle?

IL DRITTO E IL ROVESCIO 🎾 (16 settembre 2018)

Le parole a difesa della libertà di stampa pronunciate nelle scorse ore dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella offrono spunti di riflessione che, indipendentemente dalle posizioni, dovrebbero far ragionare su cosa sia un buon giornalismo. Ovviamente questa rubrica è insufficiente per dare le risposte, ma il dibattito che intende aprire può aiutare a raggiungere l'obiettivo
Che in Italia la libertà di stampa (in senso tecnico), nonostante le parole del politico di turno che, nel momento in cui raggiunge un ruolo di visibilità, possono far pensare la cosa opposta, non è a rischio (il dritto).
Il pericolo di una stampa sempre più soggetta alle pressioni del potente - o del finanziatore- di turno è invece tangibile (il rovescio).
Da qui dobbiamo partire per analizzare il messaggio, rigoroso sul piano costituzionale, che è stato lanciato con grande sobrietà da Mattarella. Parole che sono pesanti, soprattutto, nel riflettere quale sia la libertà di stampa e quale giornalismo meriti realmente questo paese. Un passaggio è infatti fondamentale ed entra direttamente in quello che dovrebbe essere il ruolo della professione giornalistica. Un passaggio che riprendo direttamente dai quotidiani..
"Una stampa credibile - sostiene Mattarella su Repubblica - sgombra da condizionamenti di poteri pubblici e privati, società editrici capaci di sostenere lo sforzo dell'innovazione e dell'allargamento della fruizione dei contenuti giornalistici attraverso i nuovi mezzi, sono strumenti importanti a tutela della democrazia. Questa consapevolezza deve saper guidare l' azione delle istituzioni".
Poche righe che rappresentano l'essenzialità del ruolo della stampa. Quel ruolo libero e credibile che trasformi davvero la stampa in quel "cane da guardia del potere" e, dunque, di soggetto autorevole e credibile per il cittadino che legge o che ascolta (insomma il cosiddetto quarto potere di "orwelliana" memoria).
E' sempre stato così in Italia, ma soprattutto lo è? Potremmo dire che questa libertà non è stata sempre assicurata. Non dobbiamo guardare alle classifiche mondiali che pongono il nostro Paese in posizione piuttosto bassa in tema di libertà di stampa. Quello è dovuto principalmente alle minacce che i giornalisti subiscono, alle querele cosiddette "temerarie" che si trovano a fronteggiare sul loro lavoro, al numero di cronisti che, proprio perché agiscono in libertà finiscono sotto scorta di fronte ai propositi delle organizzazioni criminali.
La libertà di stampa non si può neppure considerare in base allo stesso indirizzo politico del giornale o della televisione. All'estero ci sono degli esempi chiari. Il Times - prendiamo uno dei più influenti quotidiani europei- è tradizionalmente un giornale "conservatore", ma i suoi professionisti riescono ad avere un'autorevolezza tale per cui ci troviamo di fronte ad una testata considerata dal lettore credibile. E per questo fa opinione.
Il New York Times ha spesso sostenuto i democratici americani, ma non ha risparmiato loro critiche o assicurato elogi alla parte opposta.
In Italia, probabilmente non ci sono mai state testate considerate "super partes" -se non Il Corriere della Sera criticato però per la sua "ufficialità", cioè per il fare un giornalismo, all'epoca, considerato seduto e poco propositivo-, tanto che, nel passato, i giornali di partito hanno avuto una sorta di ruolo di "contro informazione" rispetto a quella degli editori tradizionali. Non è un caso che i casi di informazione all'epoca considerata innovativa sono stati quelli de Il Giorno, sotto la direzione di Italo Pietra e su un'intuizione del presidente dell'Eni Mattei (e siamo in ambito di un giornale che rientrava nell'orbita pubblica) e Repubblica, nata nel 1976 per impulso diretto dei giornalisti (fra l'altro importando in Italia il formato tabloid). Quotidiani ben lontani, anche nello spirito, da quelli attuali.
E' indubbio, dunque, che la stampa italiana debba innovarsi, che debba seguire quella linea tracciata dal Presidente della Repubblica, che debba riuscire, anche nell'equilibrio delle proprie opinioni, ad essere superpartes. Una stampa in cui le idee siano ben presenti al suo interno, ma che non ne compromettano la capacità di analisi. Una stampa che non partecipi alla gara tra chi urla di più e chi sa fare meglio il tifo, che lasci da parte il personalismo. Una stampa che cammini a braccetto con altre due grandi libertà, quella di espressione del proprio pensiero, ma soprattutto, di critica. E la critica è tanto più credibile quanto più si è svincolati da pressioni. Non nego che a me piacerebbe anche una stampa che sappia essere criticata e che non si arrocchi, spesso, in difese d'ufficio, ma che dialoghi, ragioni, stia sempre di più tra la gente e la ascolti, che non partecipi al dibattito politico da protagonista, ma in quel ruolo di garante che è fondamentale per farle recuperare quella centralità che, in una democrazia, è determinante. Insomma una libertà di stampa che viaggi a braccetto con una "stampa libera". Solo così le parole del Presidente della Repubblica e quelle della nostra Costituzione non cadranno nel vuoto. Noi giornalisti, nel raggiungere questo obiettivo, siamo determinanti, perché siamo i primi che la nostra libertà, ma soprattutto credibilità, dobbiamo custodirla e difenderla.

IL DRITTO E IL ROVESCIO 🎾 (13 settembre 2018)

Lo scontro tra le attuali istituzioni UE ed il fronte sovranista sta emergendo con tutta la sua forza.

Da un lato la condanna del Parlamento Europeo contro l'Ungheria di Orban (il dritto).
Dall'altro l'attacco del commissario Moscovici al Governo Italiano e le preoccupazioni espresse dal Presidente della Bce Mario Draghi (il rovescio).
Già alcune settimane fa commentando la vicenda della Diciotti vi avevo letto una campagna elettorale per le Europee che stava già prendendo campo. Adesso la cosa appare evidente. Ancor più evidente è il timore che i sovranisti stanno suscitando in chi, fino ad oggi, ha guidato le istituzioni continentali. Il risultato delle forze di destra e, soprattutto, di estrema destra in Svezia sono stare l'ultimo campanello di un allarme che per l'attuale governance europea suona forte. Ma c'è qualcosa in più: le forze sovraniste stanno già ragionando di una coalizione internazionale che arrivi compatta al voto del prossimo maggio. Se questo si unisce alla grave crisi del Pse si comprende come, effettivamente, la possibilità di vedere questi partiti collezionare ottimi successi non è fuori luogo.
Non va poi dimenticato come i sovranisti siano al governo in vari paesi dell'Ue, elemento determinante nella formazione della prossima commissione UE. C'è poi la forte possibilità che l'asse Ppe-Pse non tenga nei numeri del nuovo Parlamento e, dunque, che siano da valutare nuove maggioranze.
In tutto questo entro un paio di anni dovrà essere nominato il nuovo presidente della Bce. Una crescita sovranista potrebbe chiudere la porta ad un "rigorista".
Insomma, al di là delle idee politiche i fatti parlano di uno scontro che è soprattutto su un'idea diversa di Europa, di un'Unione che oggi va comunque rivista e, forse, ripensata secondo lo spirito originario adattato ai nostri giorni, gli attuali protagonisti istituzionali che vedono i loro posti a rischio.
Il risultato finale quale sarà? È difficile prevederlo senza capire quale sarà la nuova composizione del Parlamento e quanto peseranno le forze sovraniste che sognano un clamoroso ribaltone.