martedì 23 ottobre 2018

IL DRITTO E IL ROVESCIO 🎾 (23 ottobre 2018)

Era da un po' che non se ne parlava, ma il dibattito sulle infrastrutture maremmane non poteva che tornare sul Corridoio Tirrenico. La classica storia infinita di questo territorio.
Il Corridoio, di fatto, è diventato 50enne, nel senso che è da mezzo secolo che se ne parla. Mentre da altre parti le reti viarie principali rappresentavano un simbolo di progresso - e di sviluppo- da noi la viabilità a sud di Grosseto risulta essere sempre meno adeguata e sicura (il dritto).
Con la fine della scorsa legislatura sembrava essere stato raggiunto un accordo che trovava il consenso di quasi tutti, con tanto di finanziamenti stanziati ed invece pare che tutto sia ancora in alto mare (il rovescio).

Insomma la sensazione è che se non ci sarà un intervento forte all'interno del Governo per avere un Corridoio Tirrenico adeguato, si dovrà attendere ancora. Questo nonostante che la soluzione raggiunta, quella di una strada pubblica a quattro corsie messa in sicurezza con una spesa relativamente bassa (non sono di certo quelle previste  mettere a rischio il bilancio dello stato) ma che rappresentava un buon compromesso. Tanto che alla fine "purché si facesse qualcosa" tutti lo avevano accettato. 
A questo punto serve una vera spinta da parte del territorio, delle istituzioni locali e dei rappresentanti in Parlamento ed in Regione. Non è possibile restare ancora fermi. Un tracciato, d'altra parte, non metterà mai d'accordo tutti, ma gli interessi legittimi della collettività è giusto che prevalgano su quelli dei singoli. E mai come questa volta gli interessi sono veramente collettivi e questa volta pur storcendo il naso, molti avevano accettato questo fatto. Questo perché mentre dell'adeguamento si discute, gli incidenti continuano ad esserci e le vittime pure. 
E' anche evidente che un Corridoio Tirrenico adeguato ed un completamento della Grosseto-Siena a quattro corsie non solo semplificheranno la vita dei maremmani in viaggio verso il centro della Toscana o verso sud, ma rappresenterà anche uno snodo importante che potrebbe convincere alcune aziende ad investire su questo territorio ed altre a rimanervi, così come molti prodotti locali, specie quelli dell'agroalimentare potranno averne dei benefici diretti.
Tutto ciò ricordando sempre che questo tipo di infrastrutture (molto di più quando si parla di un'autostrada come avveniva anche qui nel passato) non possono essere valutate solo sull'impatto che possono avere a livello locale, ma il ruolo, in alcuni casi primario, che possono avere sui traffici nazionali ed internazionali. Appare evidente che un'Aurelia adeguata e sistemata per molti possa rappresentare una buona alternativa alle direttrici che, come l'A1, attraversano l'Italia "continentale", con tutte le difficoltà che questo può creare, soprattutto nel periodo invernale. 
E allora ben venga l'adeguamento dell'Aurelia, ma questo vuol dire realmente "BEN VENGA", nel senso di non dover attendere altri 50 anni parlando ancora di ciò che non c'è, se non sulla carta. 

giovedì 18 ottobre 2018

IL DRITTO E IL ROVESCIO 🎾 (18 ottobre 2018)

Area di crisi. Tre parole che anche oggi risuonano quando si parla di Maremma. Da qualche tempo, dopo che lo aveva chiesto la Camera di Commercio si torna ad associare questo concetto alla Provincia di Grosseto.

La vicina Piombino, in effetti, negli ultimi anni ha potuto contare su investimenti importanti attraverso lo status di area di crisi complessa (il dritto).
La Maremma pur versando in condizioni simili, seppur non dovuta alle difficoltà tipiche di una città industriale, non vi è  stata inserita (il rovescio).

Chiaro che associare una città che da decenni è una delle capitali nazionali dell'acciaio con un territorio vicino che vede le uniche industrie situate a pochi chilometri in linea d'aria, ma che, per il resto, non ha mai avuto un manifatturiero importante, non è semplice. La crisi di Piombino era percepibile per chi aveva conosciuto la città con le ciminiere accese e chi lo ha fatto di recente, quando l'aria sembra essere decisamente cambiata. Se, forse, questa è stata modificata in meglio, le difficoltà della città sono evidenti. Passando il confine di provincia, però, troviamo una Maremma che, quanto a crisi, non se la sta passando meglio. Di certo non ha mai conosciuto il benessere che Piombino aveva ai tempi del pieno regime delle acciaierie che, tra diretto ed indotto, davano lavoro ad un migliaio di maremmani, molti dei quali provenienti dal capoluogo.
La provincia di Grosseto ha dovuto fare i conti per decenni -ed anche adesso- con il gap infrastrutturale e con un manifatturiero che, da settore portante, per la gran parte dell'Italia, non lo è stato di certo per la Maremma, territorio che, entrata in crisi l'edilizia, ha visto l'economia sprofondare in un buio pesto. A poco servono le voci di agricoltura e turismo, realtà che hanno ancora margini di crescita, ma che non sono servite ad occupare, in termini di pil, lo spazio che, un tempo, era del settore edile.
 C'è poi un settore pubblico che è in crisi, o meglio, dalle cui difficoltà soffrono anche altre realtà, come il commercio. Come denunciato anche dalla Cgil, infatti, negli ultimi anni sono state centinaia le famiglie militari che hanno lasciato la nostra provincia, ma anche quelle che sono andate via per la chiusura degli uffici che sono stati accorpati in area vasta. Aree che nella maggior parte dei casi hanno penalizzato Grosseto che ha dovuto cedere il passo vedendo trasferire le loro sedi in altre città.
 Tempo fa feci di nuovo questa riflessione, che, piano piano, viene ripresa, cioè che non si può pensare ad una Maremma fuori dalla crisi se non si passa per gli investimenti tipici delle aree di crisi. Questo territorio ha infatti bisogno di superare il gap infrastrutturale e di misure che invoglino le aziende ad investire qui. Ad oggi è troppo più facile farlo nel pisano-livornese, aretino, fiorentino, Val d'Elsa o Toscana settentrionale. 
 Da qui, ancora una volta, quella necessità per questo territorio di fare squadra, quel senso di appartenenza e di gruppo che è riuscito spesso a far ottenere a quelli vicini risultati a scapito della Maremma. Solo guardando al futuro con un concetto chiaro di bene comune e non di interesse dei singoli (che siano cittadini, formazioni politiche o rappresentanti delle varie categorie poco conta) si possono raggiungere questi traguardi che, se ciò dovesse avvenire, rappresenterebbero una vittoria per tutti e non solo di pochi.

martedì 16 ottobre 2018

IL DRITTO E IL ROVESCIO 🎾 (16 ottobre 2018)

Nei giorni scorsi pubblicando su più piattaforme un video sulla Maremma ho avuto la piacevole sorpresa di vedere come, in poche ore, abbia raggiunto oltre 1500 visualizzazioni. Una sorpresa dovuta al fatto che si trattava di un piccolo montaggio sperimentale, realizzato con i programmi predefiniti del telefono ed utilizzando delle foro che, via via, avevo scattato sempre con lo smartphone.

Le visualizzazioni sono arrivate un po' da tutto il mondo e questo deve far riflettere su quanto, questa terra, che fino a pochi anni fa veniva vista come una sorta di buen retiro per pochi, o luogo di mare per le città vicine, veda invece accendere su di sé i riflettori di viaggiatori, tour operator e professionisti del settore (il dritto).
La sensazione, però, è che ancora questa terra a livello turistico sia percepita come un'incompiuta con un brand che si sta affacciando ora sul mercato e che, spesso, soffre dei limiti di un turismo che è ancora troppo stagionale (il rovescio).

E' chiaro che la Maremma ha un fascino tutto suo e solo chi la conosce veramente bene riesce a coglierlo in pieno. E' anche vero che, fino ad oggi, difficilmente, i territori sono riusciti a fare squadra, forse anche per la vastità di quello della provincia di Grosseto e per le disomogeneità che possono esistere tra questi, ma anche perché il brand che li racchiude è ancora troppo giovane, nel senso che fino a poco tempo fa - e in parte ancora oggi- con Maremma si intendeva solo la pianura.
Quello che però questa terra, girandola, ha da offrire sul mercato è molto. Sarebbe scontato dire il mare. Lo sarebbe pure dire la montagna, che nell'Italia peninsulare con l'Amiata, gioca un ruolo importante, o anche le terme, seppur questo settore non sia sfruttato in pieno. C'è però anche un altro valore aggiunto, quello delle colline e dei borghi medievali. Luoghi di storia, cultura e tradizioni spesso dimenticate. Luoghi in cui molti maremmani, che si sono trasferiti in città, tornano per le vacanze e cui sono ancora molto legati.
Qui sorge, però, il secondo problema, quello di un turismo ancora troppo legato all'estate. Redditizio sicuramente per la costa, dove i dati delle presenze confermano come i comuni che si affacciano sul mare, in poche settimane, collezionano un numero di presenze simili a quelli delle città d'arte esclusa Firenze. Numeri che, però, potrebbero essere integrati nella maniera migliore nell'entroterra se si riuscissero a valorizzare realtà dal grande fascino da proporre sul mercato internazionale, come forme di turismo specifiche. In America, ad esempio, si sprecano i matrimoni in stile medievale, che si svolgono in luoghi ricostruiti, ed assolutamente finti, con costi talmente elevati da potersene permettere uno da celebrare direttamente in Italia. In Cina è stato riprodotto un intero borgo italiano con un'atmosfera che riporta al Belpaese ed in cui la vita scorre secondo i nostri ritmi. Una bella idea, ma assolutamente lontana dall'originale.
Qui serve la mente creativa che ha da sempre caratterizzato gli italiani. serve agli imprenditori, ai cittadini che devono essere pronti ad accogliere i visitatori ed agli amministratori che possono far fare il salto di qualità ai loro territori.
C'è anche un altro salto che molti maremmani devono compiere. Se infatti molti conoscono Grosseto o i principali borghi e località, molti di questi restano per loro sconosciuti. Quanti conoscono ad esempio la bellezza di Magliano o di Pereta? Quanti quella di Roccatederighi? Quanti hanno visitato Montepescali o Sticciano Alto? Quanti si sono recati a Vetulonia? E a Roccalbegna, a Petricci o Rocchette di Fazio o, spostandosi, a Sasso d'Ombone,  Montorgiali, Campagnatico, Montorsaio o Monticello Amiata? Chi si è addentrato fino a Castell'Azzara? Chi ha visitato la città rupestre di Vitozza? E a San Martino sul Fiora, quanti ci sono andati? E a Montieri o Monterotondo? Questo per far capire come, a volte, mi capiti di parlare con persone che queste realtà le hanno notate solo sulla cartina geografica o come cartelli stradali. Difficile, dunque, promuoversi se non si conosce bene il proprio territorio. Se questo potrebbe essere accettato per un cittadino normale, occorrerebbe che tutte le strutture turistiche sapessero dare indicazioni sui vari luoghi o aree della provincia. Perché per un americano, o per chi viene dall'estero, non sono certo una o due ore di auto sulle strade della Maremma a rappresentare il problema. Più problematico, semmai, è non avere informazioni sui vari luoghi in più lingue, far trovare chiusi i musei, le chiese ed i principali monumenti. Il turismo per funzionare deve vivere tutto l'anno e per riuscirci ci vuole un grande amore per la propria terra e la voglia di farla scoprire e conoscere con quell'orgoglio che rappresenta un'identità forte. Quella che, forse, qui da noi si sta iniziando a conoscere adesso grazie alle produzioni di qualità - lanciate in molti casi sul mercato da chi è venuto da fuori, più che da chi ci vive- e dai grandi network che, annoiati dai luoghi tradizionali, hanno scoperto una Toscana diversa, una sorta di regione nella regione. Una terra che chi non è "autoctono" sa valorizzare meglio di chi, risiedendovi dovrebbe dimostrare, oltre che di amarla, di saperla far conoscere. Per farlo occorre anche scambiare opinioni e punti di vista con chi, altrove, del turismo ha fatto l'economia portante, senza chiuderci nell'idea che il "bello e il buono" sia solamente qui. Anche perché spesso tutti noi, appena abbiamo un po' di vacanza ci trasferiamo altrove scoprendo che il "bello e il buono", anche se diverso, lo hanno pure gli altri. 
Per aiutare tutti noi a renderci conto di quanto sia bella la nostra terra, nel ringraziarvi per le tante visualizzazioni in continua crescita, via via regalerò qualche altro video amatoriale, ma fatto sempre con la passione e l'amore che nutro verso la mia (nostra) terra.

domenica 14 ottobre 2018

IL DRITTO E IL ROVESCIO 🎾 (14 ottobre 2018)

Sullo scontro tra la Commissione Europea ed il Governo Italiano si inserisce la voce autorevole del presidente della Bce Mario Draghi. 

Come spesso accade la parole di Draghi sono equilibrate, ma anche pesanti, riuscendo a venire incontro alle esigenze dell'Italia, ma tranquillizzando l'Unione (il dritto).
Draghi fa capire anche che la rigidità imposta porta poco lontano e, soprattutto, può solo causare danni, seppur ci siano delle regole da rispettare che, però, evidentemente hanno dimostrato di non funzionare sempre (il rovescio).

Quello che ho sempre apprezzato di Draghi è il suo pensiero "fermamente malleabile". Potrebbe sembrare una contraddizione, ma non lo è. Ha la giusta diplomazia per mettere d'accordo le parti, come ha dimostrato più volte, anche nell'imporsi contro il rigorismo tedesco. Ha saputo però essere fermo laddove serviva rigidità.
 Lo fa anche questa volta, quando richiama chiaramente il Governo Italiano a seguire le regole concordate, ma anche nel lanciare un monito all'Unione Europea, ricordando come le stesse siano state, nei momenti di necessità, violate da più parti.
Perché allora tanto accanimento sull'Italia? E' evidente, il Governo della Penisola è di rottura. Poco conta se si è d'accordo o meno con le sue politiche (non credo che Draghi lo sia), ma è un Governo che esprime il volere della maggioranza degli italiani e che ha una linea sostenuta da economisti di livello. Non è che un economista può essere bravo se lo si condivide e non lo possa essere se non lo si condivide. Specie quando si parla di cifre astratte che, poi, non combaciano con la vita reale.
 Dico questo perché anche io ho qualche dubbio sulla manovra, ne apprezzo alcune misure e non ne condivido altre. Non credo. però che tutto sia sbagliato per principio, così come tutto non può essere giusto per la stessa ragione.
Draghi che, forse, è più vicino alla gente di tanti politici sa però i danni che il rigorismo ha causato e si è imposto, ad esempio con il "quantitative easing", con cui ha cercato di dare risposte alle economie in difficoltà. Sa che certe misure imposte hanno creato danni concreti alle vari paesi, tra cui l'Italia. Mi accorgo solo io che i Paese ha difficoltà ad uscire dalla crisi e che la gente sta peggio di dieci anni fa, anche a causa di queste misure, oppure è una mia invenzione? Noto solo io che i partiti che hanno sostenuto il rigore sono stati pesantemente puniti dai cittadini in difficoltà, o è tutto frutto della mia immaginazione? Bene Draghi, evidentemente, questo lo ha notato ed ha notato anche le difficoltà delle imprese.
Il punto è uno. Perché sforare il debito è possibile per la Francia (che gode di una sorta di impunità, quando non è che versi nelle migliori condizioni), così altre economie, tipo la Grecia che, appena uscita da una sorta di commissariamento già chiede di derogare. A tutti viene concesso, ma non all'Italia che, ricordiamolo, è una delle più importanti economie mondiali, il secondo paese manifatturiero d'Europa e che, se ha un debito pubblico elevato - ma dicono gli economisti molto del quale in mano comunque italiana- ha anche il minor debito privato d'Europa. 
E allora basta analizzare con serenità quanto sta accadendo, anche senza tifare per l'attuale Governo (personalmente negli ultimi anni non sono riuscito a tifare per nessun esecutivo ed anche l'attuale lo attendo alla prova dei risultati concreti e non dei numeri), ma è evidente che il problema sia tutto politico di un gruppo dirigente dell'Unione Europea che, dopo aver rischiato di farla affondare - e non è detto che non ci riesca- continua a difendere una posizione che è più legata al ruolo ed alle poltrone che non alla saggezza.
Adesso ha ragione Draghi: è tempo dei silenzi, di smettere di urlare, di abbandonare la rigidità a tutti i costi e di smettere ad indebolire l'Euro con dichiarazioni non fattibili, perché tutti sanno che quello della moneta unica è l'unico processo europeo da cui non si può più tornare indietro. Se non creando dei veri danni. 

sabato 13 ottobre 2018

Maremma


La Maremma, una terra affascinante e misteriosa fatta di borghi, mare e colline.

giovedì 11 ottobre 2018

IL DRITTO E IL ROVESCIO 🎾 (11 ottobre 2018)

In questi giorni ha tenuto banco il tema del giornalismo e del suo rapporto con il potere. L'attacco del Ministro dello Sviluppo Economico Di Maio contro il Gruppo Gedi è solo l'ultimo dei casi che hanno condotto ad uno scontro che non è così nuovo, seppur con alcuni distinguo.

Di Maio ha sicuramente sbagliato nei toni e nei modi, così come prima di lui lo ha fatto il sottosegretario Vito Crimi minacciando di abolire l'Ordine dei Giornalisti (il dritto).
Il Gruppo Gedi, così come gli altri principali dell'editoria italiana, difficilmente soffriranno (o chiuderanno) per eventuali tagli di contributi, semmai lo faranno quelli più piccoli, così come il giornalismo non finirà con un'eventuale chiusura dell'Ordine che, ricordiamo, è nato nel 1963, mentre questa professione esiste da molto più tempo (il rovescio). 

Lo scontro va riportato a quello che è un rapporto, spesso difficile, tra giornalismo e potere. E' evidente che chi è abituato a detenerlo sa anche farsi scivolare addosso le critiche, chi si ritrova catapultato in uno scenario come il ruolo di vicepremier e di leader politico, deve saperle accettare e gestire. E questo, forse, è stato l'errore più grande del Ministro. Se l'errore di Di Maio è stato evidente, a mio giudizio, resta molto più grave quello del sottosegretario Crimi, che, minacciando l'abolizione dell'Ordine dei Giornalisti, va ad attaccare un'intera categoria, compresi i molti iscritti che, in questi anni, hanno lavorato per i vari uffici stampa del Movimento Cinque Stelle. Non credo che tutto nasca dalla procedura aperta dall'ordine contro il portavoce del premier Casalino. Magari va oltre e richiama un rapporto che il Movimento ha spesso detto di non ricercare con la stampa tradizionale. Per mesi, infatti, molti parlamentari avevano il cosiddetto "embargo" nel partecipare alle trasmissioni televisive e nel parlare con i cronisti. 
 Qui, dunque, sorge una riflessione. L'attacco di Di Maio, ma anche quello di Crimi, rappresentano una marcia indietro rispetto alle iniziali idee del Movimento? Secondo me sì ed in questo voglio ravvisare una notizia positiva per la stampa in generale. Fino a qualche tempo fa infatti i Pentastellati puntavano tutto sul web, di fatto, non vedendo un futuro per giornali e tv. Oggi sono loro a decretarne un ruolo di primo piano. Se infatti le critiche del Gruppo Gedi non creassero problemi, non ci sarebbe motivo di attaccarlo. Così come se l'Ordine dei Giornalisti non avesse un ruolo, avrebbe poco senso la minaccia di chiuderlo.
Dispiace solo una cosa, cioè che dall'alto al basso le cose possono cambiare ed anche di molto.
Personalmente sul lavoro ho avuto la possibilità di interagire con i vari livelli di militanti del Movimento Cinque Stelle che sono impegnati nelle sedi istituzionali e, seppur facciano riferimento ai loro blog, con la stampa hanno spesso avuto un rapporto cordiale e diretto, accettandone le critiche e prendendosi anche gli elogi. Lo scontro non è stato mai né cercato, né voluto ed i rapporti sono stati sempre sereni. Per questo sorprendono che a livello nazionale, al netto del giudizio che può essere dato del lavoro dei vari colleghi, questi attacchi diretti cui, per la verità, non sembra andare dietro l'alleato di Governo, cioè la Lega cui, obiettivamente, in questi anni non sono certo mancate le critiche.
Insomma un rapporto non sempre facile, quello tra stampa e potere che, forse, è anche condizionato dalla mancanza della cosiddetta gavetta ed uno scenario politico che vede proiettate ai massimi livelli persone che, spesso, non hanno l'esperienza che avevano i predecessori. Da qui i toni che, in molti casi, si alzano ben più di prima.

lunedì 8 ottobre 2018

IL DRITTO E IL ROVESCIO 🎾 (08 ottobre 2018)

I giovani e la politica. Quanta voglia hanno di partecipare al futuro del Paese? Una domanda che mi sono posto tante volte seguendo per lavoro i vari eventi organizzati dai partiti, soprattutto laddove i volti erano quelli di persone decisamente esperte.

Oggi analizzando le età dei parlamentari, dei consiglieri comunali e regionali si nota un'inversione di tendenza (il dritto).
Il rischio forte è però quello di bruciare le tappe ritrovandosi a ricoprire incarichi senza la dovuta esperienza (il rovescio).

Due considerazioni, queste, che potrebbero sembrare in contraddizione tra loro. Forse lo sono anche, ma fino ad un certo punto. Nel passato, infatti, i giovani erano, forse, anche più numerosi di oggi, soprattutto negli incarichi all'interno dei comuni. Era facile trovare sindaci poco più che ventenni o giunte interamente formate da trentenni. Salendo negli incarichi, in consiglio regionale ed in Parlamento, però, dominava spesso l'esperienza. Questo perché i vecchi partiti programmavano una carriera che partita dall'attività di base e dalla formazione, passando per gli incarichi locali per giungeva a quelli nazionali ed internazionali. Il tutto dietro una rigida selezione.
 Dopo anni in cui i giovani sono sembrati lontani dalla politica, oggi si vede un'inversione di tendenza. I nuovi movimenti politici e la nuova tendenza, però, è stata quella di far bruciare le tappe. Persone senza alcuna esperienza o militanza politica che si sono trovate proiettate in luoghi chiave senza un'adeguata preparazione. Ne emerge un Parlamento in cui gli over 60 sono in strettissima minoranza con deputati e senatori che sono approdati a Montecitorio o a Palazzo Madama senza essere passati per il giusto percorso istituzionale o all'interno dei partiti. Perché diverso è comunque l'aver militato senza aver raggiunto l'obiettivo dell'elezione e diverso è non aver mai militato, aver superato una selezione, per giungere ad occupare una poltrona chiave.  
 Con gli schemi delle carriere che sono saltati, dunque, c'è anche la militanza che è cambiata e lì i giovani sembrano mantenere ancora una certa distanza e diffidenza verso la politica. Per la verità qualcosa sta cambiando anche lì e, forse, la crisi e le difficoltà di oggi stanno facendo comprendere quanto sia necessario ed importante partecipare alla vita pubblica. Perché è facile lamentarsi di quello che gli altri decidono, mentre non è facile partecipare alla formazione delle decisioni. Questo perché occorre impegnarsi, formarsi, ma soprattutto metterci la faccia. Però è sempre bene ricordare che quando parliamo di cosa pubblica non si può sempre pensare che siano gli altri, ma è bene ricordare sempre che siamo noi, tutti insieme.
 In vista di una prossima, importante, tornata di elezioni amministrative, anche nel nostro territorio, mi piacerebbe dunque vedere tanti giovani attivi al servizio della politica, sperando che le loro energie possano dare un nuovo impulso al Paese.