mercoledì 12 giugno 2019

IL DRITTO E IL ROVESCIO (12 giugno 2019)


L'Europa minaccia nuovamente l'Italia di aprire una procedura d'infrazione e riapre il dibattito sul debito pubblico, sul pil e su quello che è l'ormai famigerato rapporto tra i due. Soprattutto le domande sono: c'è realmente una connessione tra debito pubblico e pil con la possibilità di aumentare il primo per far migliorare il secondo e, dunque, abbassarne il rapporto? In teoria tutto è possibile, ma anche no. Chi vuole meno debito sostiene che si tratta di una falsità, altri invece considerano che il debito è necessario per far crescere il prodotto interno lordo. Di sicuro ci sono esempi virtuosi: Spagna, Portogallo, ma anche la Francia, negli ultimi anni hanno visto crescere molto il loro debito pubblico, facendo crescere il pil e stando nei parametri. L'Italia tra il 1999 ed il 2005 ha visto elevare il debito pubblico, ma con un pil decisamente buono riusciva a far decrescere costantemente il rapporto tra i due. La Grecia, invece, ridotta quasi alla fame è uscita dallo stato di crisi, ma molti sostengono che si sia notevolmente indebolita. Qui veniamo però all'Italia. Di certo c'è da capire quanto sia realmente rischiosa la situazione. La sensazione è che, per il momento, le preoccupazioni siano siano più mediatiche che reali. Intanto perché il debito pubblico italiano per una cifra prossima all'80 per cento è ancora in mano ai nostri connazionali. Inoltre il debito privato è decisamente basso rispetto a quello degli altri paesi. Sono elevati i depositi dei cittadini su conto corrente. A questo si può anche aggiungere che gira molto denaro contante, più che in altri paesi, sintomo che, magari il sommerso è ancora molto e questo non compare nei dati ufficiali.
Detto questo è chiaro che se l'Italia riuscisse ad abbassare, seppur gradualmente, la sua elevata mole di debito pubblico non sarebbe male. Dall'altro lato è sempre vero che se gli altri paesi europei continueranno a crearne al loro interno come nell'ultimo decennio ben presto raggiungeranno i livelli italiani (non è un caso che Spagna e Francia siano i più propensi al dialogo con Roma e non alla linea dura).
Alla fine, però, resta la questione di rendere il debito pubblico “produttivo”, cioè trasformarlo in investimenti che facciano crescere il pil e che mantengano sotto certe soglie il famigerato rapporto deficit/ pil.
E' indubbio che l'Italia dovrà fare delle riforme, che siano anche strutturali, passando ad uno snellimento della burocrazia, ma anche con tagli a quelli che sono gli enti veramente inutili, soprattutto su quelli partecipati. Riforme che non potranno essere pagate sempre e solo dai cittadini di tasca loro. E' altrettanto vero che la politica europea del rigore sul modello dei paesi del Nord ha fallito e continuerà a fallire. In più sul piano politico europeo, la fronda anti Ue, è cresciuta. Molti paesi hanno visto aumentare la soglia delle forze sovraniste inviate a Strasburgo, l'Inghilterra ha votato la Brexit ed alle ultime elezioni continentali ha visto il partito per l'uscita giungere al primo posto. In Italia e Francia lo sono le stesse forze sovraniste, così come in Ungheria e Polonia. Insomma l'Unione Europea più che minacciare sanzioni che poi finiranno nella solita bolla di sapone con una piccola concessione da una parte ed una dall'altra, dovrebbe pensare se il modello creato è sempre attuale e se rispecchi la realtà dell'Unione stessa. La risposta è che probabilmente non è così. L'Ue deve essere una risorsa e non un freno, non può fare figli e figliastri, né può consentire politiche protezionistiche ad un paese e non ad un altro. Così come non può strangolare i suoi cittadini per agevolare poi gli investitori di uno o più stati membri. Non può neppure permettere una politica sleale interna sul mercato del lavoro. Insomma molto deve cambiare e lo deve fare all'insegna della solidarietà su cui poggiavano i piedi i padri costituenti. Per farlo serve che la politica riprenda in mano ciò che oggi ha lasciato alla finanza: la guida dell'UE.

giovedì 25 aprile 2019

IL DRITTO E IL ROVESCIO (25 aprile 2019)

In questi giorni ho letto posizioni sul 25 aprile troppo ideologiche e svincolate dal contesto storico. 

La Liberazione non ha e non deve avere colori politici come non l'ha avuta la nostra Costituzione nata dall'accordo di forze politiche anche lontane, ma idealmente vicine sull'obiettivo di dare all'Italia: la democrazia (il dritto)

Tanti dimenticano che prima la democrazia vera non c'era e non c'era stata. Se il Ventennio fu caratterizzato dal totalitarismo, in precedenza si era di fronte ad una pseudo democrazia in cui le donne non potevano votare, e tutti gli uomini lo potevano fare da poco, fra l'altro con un senato di nomina regia e non eletto dal popolo (il rovescio).

 La storia insegna anche -e qui forse troppe volte lo dimentichiamo- che l' Italia (ma anche l'Europa) non sarebbe stata liberata se non fossero intervenuti gli Alleati. Fu grazie al sacrificio di queste persone costrette a combattere una guerra che non era la loro, lasciandoci anche la vita, che il nostro Paese fu liberato dalle forze dell'Asse. La storia insegna anche che quegli strascichi che ci portiamo dietro nascono da quei mesi che vanno dall'8 settembre 1943 al 25 aprile 1945. In quel caso l'Italia ha vissuto una guerra civile, sporca, violenta e cruenta. Una guerra tra italiani (tra sconfitti dalla Seconda Guerra e non tra vinti e vincitori, non ce lo dimentichiamo- perché l'Italia repubblicana pagò il prezzo salato di quel conflitto), che divise persone della stessa nazionalità, ma anche famiglie. Guerra civile che portò ad azioni e repressioni gravi, che nulla hanno a che vedere con quello Stato di Diritto che nasce dal 25 aprile e dalla successiva Costituzione. Dunque che senso ha trattare questa data in termini divisivi -anche io avrei usato la parola derby perché efficace- e cerchiamo di recuperarne il vero significato. Perché la vera vittoria del 25 aprile è stata che in Italia si può esaltare e criticare il 25 aprile. Senza la Liberazione raggiunta grazie agli Alleati (americani, inglesi, canadesi, neozelandesi, australiani ecc. dunque non comunisti) e con il supporto locale dei Resistenti del Cln (composto dai rappresentanti del Partito Comunista Italiano, della Democrazia Cristiana, del Partito d'Azione , del Partito Liberale Italiano, del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria e del Partito Democratico del Lavoro, dunque solo in parte comunisti, ma molti che non lo erano) oggi non avremmo quella democrazia italiana che, prima debole ed oggi strutturata, le ha permesso non solo di garantire una rotazione al Governo di tutti i partiti dell'arco costituzionale, ma anche di autoconservarsi e di farlo anche per il futuro. Per questo dico: la Liberazione non ha e non deve avere etichette, ma deve essere una festa della democrazia e, dunque, del popolo italiano. Così come lo dovrebbe essere il 4 novembre per celebrare Vittorio Veneto e la definitiva unità d'Italia (grave errore averla cancellata dalle date in rosso). Arriveremo mai a festività e celebrazioni finalmente condivise? Ai posteri l'ardua sentenza (e cito volutamente Manzoni perché lui ad un paese unito ha creduto per davvero!!!)

domenica 14 aprile 2019

IL DRITTO E IL ROVESCIO (14 aprile 2019)


L'importanza del contatto con la gente. In questi giorni in cui stanno partendo le varie campagne elettorali, quelle delle Europee e di tanti comuni, appare fondamentale che i candidati siano vicini alle persone.

Dopo anni di visibilità mediatica, oggi, l'elettore torna a voler conoscere le persone (il dritto).

Le ultime tornate hanno dimostrato come chi resta chiuso negli uffici o nei palazzi, anche se governa bene (è il caso di molti sindaci uscenti sconfitti a sorpresa), non viene premiato (il rovescio).

La gente, da un lato aggiungerei per fortuna, vuole di nuovo conoscere il candidato, a capire chi sia, che cosa proponga. Il voto di appartenenza sta infatti perdendo quota in favore di quello diretto alle persona o, in realtà magari più grandi, di quello d'opinione. In pratica si predilige la stretta di mano e il contatto diretto o andare dietro a quella che è la sensazione della gente rispetto alle varie proposte politiche. Un altro tema importante è che oggi diventa fondamentale interecettare i voti dei cittadini, soprattutto di quelli delusi dalla politica. Per farlo bisogna instaurare un rapporto quasi faccia a faccia. Ecco allora che torna fondamentale il vecchio, ma mai abbandonato, porta a porta.
L'errore degli ultimi tempi è stato quello di avere a che fare con una politica che si è chiusa sempre più nelle stanze e non ha saputo cogliere le istanze dei cittadini. Che si è limitata a parlare di questioni finanziarie spesso incomprensibili, trascurando le vere difficoltà della gente. Da qui si è registrato uno spostamento di voti, ormai post ideologico, verso quelle forze che sicuramente hanno saputo intercettare maggiormente i bisogni degli italiani.
Da qui provo a fare un esempio utilizzando come modelli i due politici che, forse, negli ultimi anni hanno creato fenomeni diversi: Renzi e Salvini.
Il primo ha avuto un consenso sull'onda di un entusiasmo, e di una sorta di populismo di centrosinistra, dovuto al suo ruolo di Sindaco di Fireze, dunque di istituzione più vicina ai cittadini e più portata all'ascolto. Un appeal che è terminato bruciando troppo presto le tappe, ma anche distaccandosi, ad un tratto, dalla gente, apparendo più lontano dal popolo.
Diverso è stato il percorso di Salvini che, anche nell'attuale ruolo di Vice Premier e di Ministro dell'Interno, continua a marciare a suon di selfie e di bagni di folla.
Una strategia iniziale non diversa, quella di Renzi e di Salvini, fino al raggiungimento del ruolo di governo, ma che si è trasformata completamente subito dopo, con l'uno che ha scelto quel profilo istituzionale che oggi, probabilmente, non paga in termini di voti, l'altro che ha proseguito nella più redditizia linea dello stare vicino all'elettorato indipendentemente dall'incarico ricoperto.
Chiaramente molto dovrà essere visto alla lunga, perché oltre allo stare tra la gente serviranno i risultati, quelle risposte cioè che, forse sono mancate a Renzi e che Salvini sta attendendo alle prossime Europee. Soprattutto in un paese come l'Italia che da 25 anni attende, tra tanti sacrifici, quella svolta che fino ad oggi non è mai arrivata.
Da qui l'indicazione per molti candidati sindaci che dovranno cercare di fare le loro campagne incontrando i cittadini, ma soprattutto ascoltandoli, senza promettere la luna, ma cose semplici e realizzabili. Non è infatti più tempo di slogan e sogni irrealizzabili. Ma di umilità, passione, trasparenza (vera) e buona amministrazione.

venerdì 15 marzo 2019

IL DRITTO E IL ROVESCIO (15 marzo 2019)


Via della Seta, atlantismo, sguardo rivolto verso la Russia. In un momento in cui molti parlano di un'Italia che si isola dal contesto internazionale dietro quella parola (a mio giudizio poco appropriata) che, ormai, va tanto di moda, cioè “sovranismo” (e che a me piace definire "diverso europeismo"), in realtà si scopre un Paese che, forse, tende a ricollocarsi sullo scenario internazionale guadagnandosi, nei nuovi equilibri, quel centralismo nel Mediterraneo che tanto è stato importante nel corso dei secoli. Un centralismo che, per centinaia di anni, ha portato gli altri ad occupare la Penisola.
La vicenda della nuova Via della Seta riapre questo dibattito in un momento in cui l'Unione Europea segna il passo con una crisi che, forse, potrebbe non risolversi neppure con le prossime elezioni, visto che, essendosi ormai caratterizzata, attraverso una trazione germanica, seguita dalla Francia, e indebolita dalla vicenda Brexit e dalla voce che stanno alzando i paesi del blocco di Visegrad, ha perso quella rotta che sta fortemente penalizzando il Mediterraneo. L'Italia ha dunque necessità di ritrovare una sua collocazione, di puntare su nuovi mercati, di guardare ad un'Europa che torni ad essere quella sognata Altiero Spinelli e dal Manifesto di Ventotene e non quella solo monetaria e finanziaria in cui si è trasformata. Il nostro Paese ha anche la necessità di trovare nuovi mercati, visto che l'export diventa fondamentale per i nostri prodotti. Per questo l'embargo imposto alla Russia e seguito dall'Europa ha danneggiato i nostri imprenditori che, oggi, vedono in quello cinese una nuova opportunità. Ed i cinesi, dal canto loro, in una logica di espansione verso occidente ed all'Africa non possono non considerare l'Italia, di nuovo, come quel ponte di collegamento sul Mediterraneo che offre una grande opportunità, cioè il porto di Trieste, un'infrastruttura da sempre ambita a livello mitteleuropeo e grande porta, insieme a Venezia, verso l'oriente. In tutto questo non vanno sottovalutati gli Stati Uniti ed il Canada che restano partner fondamentali, accanto all'Europa. Insomma se ragioniamo in termini di geopolitica l'Italia sta tornando ad essere molto più ambita di quello che molti percepiscono e le occasioni vanno sapute cogliere, così come quel ruolo di libertà che, sotto molti aspetti, anche in tempi di Guerra Fredda sapevamo tenere e che ci avevano portato ad avere ottimi rapporti, pur restando nella Nato, sia con i paesi dell'Est che con quelli arabi.

sabato 2 marzo 2019

IL DRITTO E IL ROVESCIO (2 marzo 2019)

Mentre il dibattito nazionale è già incentrato sulle prossime elezioni Europee, in Maremma i vari partiti e coalizioni sono già al lavoro per le elezioni amministrative che coinvolgeranno ben sedici dei 28 comuni.

Ci sono sindaci che contano di centrare la rielezione, forti di cinque anni di governo del territorio (il dritto).
Ci sono aspiranti sindaco che sognano il grande colpo e, magari, di rompere una continuità amministrativa che, in alcuni casi, dura dall'immediato Dopoguerra (il rovescio).

Quello che sarà interessante, in questa tornata elettorale, è che sarà la prima che si svolge, in maniera massiccia, dopo una mutazione che, anche nella politica locale, è avvenuta in tempi rapidissimi. Fino a cinque anni fa la rendita di posizione garantita dai vari partiti ancora si avvertiva, così come quella di aver amministrato nei cinque anni precedenti. Della serie che se un sindaco aveva fatto la propria parte e, magari, apparteneva al partito abituato a vincere sul territorio, ripresentandosi davanti al corpo elettorale, doveva solamente preoccuparsi di calcolare con quale percentuale in più, rispetto alla volta precedente, sarebbe stato rieletto. Oggi non è più così. Essere un sindaco uscente rappresenta sempre un vantaggio, ma di certo nessuno può dormire sugli allori. Intanto perché è cambiato lo scenario politico e, se cinque anni fa, durante l'election day il vento in poppa lo aveva il Pd di Renzi che superò il 40 per cento, influenzando anche le elezioni locali, oggi tutti i sondaggi lo indicano in favore della Lega di Salvini che si è ormai consacrata leader della coalizione di centrodestra, quando, solo un lustro fa, il partito stava vivendo il suo momento più difficile dagli anni '90. Quanto, questo possa influenzare lo diranno le urne. Di certo in quei comuni dove compare il simbolo del Carroccio potrà essere un vantaggio, negli altri dovranno essere bravi i candidati che si riuniranno in liste civiche (nei comuni sotto i 15mila abitanti) a sfruttarne il momento favorevole. Dall'altro lato, invece, sembra che la corsa nel centrosinistra sia quella a nascondere il simbolo di un Pd che, in attesa delle Primarie, sta vivendo il momento peggiore dalla sua fondazione.
 La persona, dunque, potrebbe rivelarsi oggi ben più importante dei partiti e, magari, l'aver fatto poco politica in precedenza può essere, agli occhi della gente un vantaggio, in quanto il candidato può essere visto come lontano dall'establishment di potere cui, magari, a torto o a ragione, dà la colpa del suo attuale malessere.

La domanda, però, è una: che cosa chiedono gli elettori ad un amministratore? Questo è ciò su cui i candidati dovranno essere più bravi a lavorare. 

Dopo anni in cui il potere politico, anche locale, appariva troppo distante dalla gente, oggi diventa necessario ascoltare il cittadino. Un'affermazione che potrebbe sembrare lapalissiana, ma non è così. L'ascoltare, infatti, deve trasformarsi in due azioni concrete. la prima è la presenza costante sul territorio. In pratica chi si reca in Comune vuole trovare (in senso fisico) il Sindaco. Questo perché i primi cittadini sono ormai diventati i veri punti di riferimento e, spesso, si trovano di fronte a richieste che, per ruolo, non hanno competenza a soddisfare. Però è anche vero che sono l'unico tramite che la gente ha con le istituzioni maggiori, Regione e Governo in primis, ma anche con la Asl. Dall'altro, accanto all'ascolto ed alla presenza, occorre l'azione. Le promesse, infatti non servono più. Molto meglio agire, fare cose piccole, concrete ed immediatamente percepibili, che far sognare alla gente le grandi opere, ma poi irrealizzabili. Solo pochi anni fa in politica vinceva chi era in grado di presentare progetti belli e irrealizzabili, la fantasia prevaleva sulla concretezza. Quanti di questi sono andati realmente in porto? Pochissimi ed anche quando lo hanno fatto si sono rivelati dei flop clamorosi. Basta guardarsi intorno, in tutta la Maremma, e ne possiamo individuare a decine. Il cittadino, invece, non è più disposto a credere alle favole. Si è annoiato. Preferisce la buca riparata davanti a casa che la promessa di avere una via interamente rifatta. Non perché non si illuda, ma perché è ormai consapevole che, come per la vita di tutti i giorni, le casse dell'amministrazione non godono più delle risorse di un tempo. Il cittadino chiede poi impegno per mantenere quei servizi che stanno, piano piano, sparendo dalle varie realtà, soprattutto da quelle periferiche. Poi vorrebbe vedere strategie di sviluppo concrete. Le frasi fatte servono a poco se poi le attività chiudono e con loro i vari comuni rischiano di continuare a spopolarsi o la gente vi perde al loro interno le opportunità (un punto, questo da non sottovalutare, quando siamo di fronte ad una nuova emigrazione giovanile). Insomma anche nella pianificazione i futuri sindaci dovranno riuscire a promettere ciò che, poi, sono in grado di realizzare. Attenzione bene: oggi la gente vuole vedere il lavoro finito, perché finché non lo toccherà con mano le illusioni del passato sul promesso, finanziato, ma ancora non fatto non lo convinceranno.
L'altro aspetto importante sarà quello della sicurezza, entrato di prepotenza da qualche anno, anche nel dibattito locale. E questa volta lo sarà ancor di più perché il Decreto Sicurezza innalza il potere dei sindaci che, oggi, hanno un raggio di azione maggiore rispetto al passato e permette alle amministrazioni di investire su questo settore. Accanto a questo c'è la questione immigrazione. Laddove c'è anche integrazione il fenomeno si riesce a gestire, ma dove questa non c'è - ed oggi avviene anche in realtà piccole- il malcontento della gente si manifesta sempre di più.
Da tutto questo, dunque, si può semplificare ciò che sta influenzando le decisioni dei votanti (che sono sempre meno, dunque sarà importante capire se ci sarà un'inversione di tendenza). Molto meglio realizzare tante piccole cose, in ogni settore, tangibili, ma costanti nel tempo, che poche grandi opere. Meglio realizzare l'ordinario pianificando, magari, uno o due lavori straordinari che si è in grado di mantenere in cinque anni e che diventeranno il realizzato di fine mandato. E per far ciò occorre capire cosa, realmente, interessa al cittadino, ma soprattutto serve al territorio. Avendo la chiarezza di comunicarlo sin da subito.

lunedì 18 febbraio 2019

IL DRITTO E IL ROVESCIO (18 febbraio 2019)


Negli ultimi mesi questa piccola rubrica ha dedicato spesso la propria attenzione alle prossime elezioni Europee. Non lo abbiamo fatto solo per la passione di chi scrive verso le questioni continentali, ma per dare una chiave di lettura anche interna a quelle che sono le posizioni in gioco. Oggi molte previsioni vengono confermate dai primi sondaggi dell'Europarlamento.

Il fronte formato da Ppe e Pse, per la prima volta dal 1979 – anno in cui si votò d'esordio del suffragio universale- dovrebbe perdere la maggioranza assoluta dei seggi (il dritto).

Per una maggioranza europeista servirà il contributo dei Liberali, con le forze cosiddette “sovraniste” che vengono date in grande crescita e la Lega che contende alla Cdu della Merkel il ruolo di partito maggiormente rappresentato (il rovescio).

Obiettivamente chi analizza le vicende europee aveva già intuito da settimane che questa era la strada intrapresa e non poteva essere letta in maniera diversa l'azione del presidente francesce Macron (il cui partito En Marche potrebbe essere superato internamente dal Fronte Nationale) contro l'Italia, con lo schieramento delle forze “tradizional europeiste” (usiamo questo termine) con lui e contro il fronte “diversamente europeista” (per non definirlo “sovranista”).
Obiettivamente che questa Europa non piaccia più ai cittadini è evidente. E lo è talmente tanto che lo stesso Matteo Renzi quando iniziò la sua scalata al Pd puntava il dito contro i colleghi di partito troppo “leggeri” con Bruxelles. Una volta giunto alla guida dei democratici ed al Governo, però, Renzi non seppe fare diversamente. Cosa che invece, al momento, sta facendo l'alleanza “gialloverde”. Che lo faccia bene o male è un altro conto, però ha aperto diversi fronti che, in Europa, stanno facendo breccia dimostrando anche come molti paesi stiano “predicando bene e razzolando male” (per usare un termine popolare). Più volte l'esecutivo italiano è andato vicino alla rottura, arrivando poi ad un accordo con Bruxelles, che sapeva molto di temporeggiamento da entrambe le parti,in attesa del voto di maggio.
E' chiaro che il Parlamento Europeo che uscirà dalle urne sarà sicuramente più promiscuo dei precedenti e, forse, grazie a questo andrà ad assumere un ruolo più importante, anche nell'immagine collettiva, di quella avuta fino ad oggi. E' altrettanto evidente che la stessa Commissione – fino ad oggi dura con l'Italia- avrà una matrice “diversamente europeista” più forte di quella “tradizional europeista” che ha avuto fino ad oggi. Molti paesi a trazione sovranista, infatti, andranno ad indicare i propri commissari e questi non saranno certamente rigidi nei confronti dei propri Governi. Della serie: un conto per l'Italia è avere la Mogherini, un conto un uomo di fiducia dell'attuale Governo. Di certo molti esponenti della stessa Commissione sarebbero molto più prudenti nelle loro esternazioni contro l'Italia rispetto ad oggi, quando chi dovrebbe rappresentare il proprio Paese, di fatto, è apparsa quasi estranea a questa vicenda. Se poi ci sommiamo altri commissari nominati da Governi che mettono la propria nazionale al centro, allora si capisce che chi dovrà presiedere questo organo dovrà essere un ottimo equilibrista. In tutto ciò, è inutile negarlo, l'Italia fa paura a chi, in Europa, non vuol cambiare. La fa perché ha un peso rilevante e questo potrebbe incidere nelle prossime votazioni ponderate. All'Italia basta allearsi con pochi altri paesi – magari del patto di Visegrad- per bloccare le decisioni. E' bastata l'astensione italiana sul Venezuela che il documento europeo, di fatto, è saltato. Basta che l'Italia dica di no al bilancio e questo si blocca. Insomma al momento la partita di scacchi continua, ma dopo il 26 maggio che cosa accadrà? La sensazione è che l'Europa cambierà. In meglio o in peggio lo dirà il tempo, ma sembra che si possa essere di fronte all'inizio di una nuova era continentale.

martedì 5 febbraio 2019

IL DRITTO E IL ROVESCIO (5 febbraio 2019)

La crisi venezuelana ripropone forte il tema del Sud America e di democrazie che, per molti aspetti, sono ben distanti da quelle europee. Su questo fronte l'Italia ha un atteggiamento di neutralità che deve far riflettere, ma che, forse, non è neppure così sbagliato.

Che la presidenza Maduro sia una democrazia in cui si vota, ma vince sempre il solito, dunque crea un presidenzialismo talmente forte che si avvicina ad una dittatura è evidente (il dritto)
Che la presidenza di Guaidò nasca da un'autoproclamazione e, dunque, da una forzatura che si avvicina ad un golpe lo è altrettanto (il rovescio).

In tutto questo c'è stata una rincorsa internazionale a schierarsi. Il mondo occidentale, di destra quanto di sinistra, ha immediatamente sposato la linea di Guaidò, che è presidente del Parlamento, con un asse che va da Trump, a poco meno di venti paesi dell'Ue (tra cui il governo socialista spagnolo), ad altri che si sono accodati. Altre potenze, come Cina e Russia, invece, sostengono il Governo di Maduro.
 In tutto questo che cosa fa l'Italia? Non si schiera. O meglio fa una richiesta diversa e blocca una soluzione unitaria della Ue portandosi dietro il blocco di Visegrad. 
Se è pur vero che la posizione italiana nasce da una differenza di vedute nel Governo con il M5S che sarebbe schierato con Maduro e la Lega con Guaidò (ma forse a Salvini, nonostante le parole, va anche bene questa posizione che di fatto lo tiene equidistante da due alleati internazionali come Trump e Putin che giocano l'uno su un fronte opposto rispetto all'altro). Un posizione che, dunque porta ad una richiesta ben precisa: nuove e libere elezioni, senza passare per riconoscimenti formali e libere elezioni.
In questo l'Italia è meno isolata di quello che si possa pensare, visto che la posizione è la stessa dell'Onu e del Vaticano. L'Onu lo fa riconoscendo Maduro come presidente eletto, ma chiedendo di tornare alle urne per evitare che la situazione si complichi. Il Vaticano, tramite Papa Francesco, lo fa comunque per evitare ulteriore spargimento di sangue. 
L'Italia, dunque, si trova in una posizione di neutralità che in un paese spaccato come il Venezuela potrebbe anche rivelarsi opportuna, soprattutto a tutela dei circa 200mila italiani residenti nel paese (che è tuttora uno dei maggiori produttori mondiali di petrolio), che superano il milione se si considerano anche quelli che hanno origini nella Penisola. Una comunità che è tra le principali dell nazione sudamericana.
Insomma una scelta obbligata, forse anche attendista, con una richiesta ben precisa, quella cioè di libere elezioni, con la luce dei riflettori puntate sui seggi e gli ispettori internazionali, che le rendono qualcosa di simile a quelle che avvengono nei paesi a più lunga tradizione democratica. Il Venezuela, purtroppo, problemi di questo tipo ne ha avuti. Basti pensare che lo stesso Chavéz, tenente colonnello dell'Esercito, negli anni '90 cercò di salire al potere con un fallito golpe, fu poi eletto democraticamente nel 1998 e nel 2002 destituito temporaneamente da un golpe, con militari che, però lo liberarono e lo rimisero al potere dove rimase fino alla morte. Insomma come tutte le democrazie sudamericane il Venezuela è costretto a fare i conti con situazioni che possono degenerare e, dunque, anziché schierarsi con l'uno o con l'altro, forse, è meglio davvero chiedere libere elezioni e che decida il popolo accentandone il risultato.

lunedì 21 gennaio 2019

IL DRITTO E IL ROVESCIO (21 gennaio 2019)

Il clima da campagna elettorale per le elezioni europee inizia a farsi sentire ed i vari partiti cercano di muovere le proprie pedine, anche in vista delle successive nomine, la più importante delle quali è sicuramente quella del commissario europeo che spetta all'Italia e che, a meno di clamorosi ribaltoni, nascerà sull'asse del Governo giallo-verde. Un commissario che, vista l'importanza del nostro Paese in termini anche numerici di eurodeputati, potrebbe avere deleghe pesanti.

La nomina del commissario europeo non sarà chiaramente svincolata dalle altre che effettuerà l'esecutivo, le più ravvicinate delle quali sono alla Consob ed all'Inps (il dritto).
Molto sulle indicazioni europee dipenderà anche dal risultato con la Lega che conta il sorpasso ai danni del M5S che le permetterebbe di indicare il prossimo membro italiano nel governo continentale (il rovescio).

In tutto questo, ovviamente, ci sono anche gli altri partiti che si stanno, più o meno, organizzando. Con il Pd impegnato nella fase congressuale, al momento tiene banco l'idea dell'ex ministro Calenda di una lista unica del centrosinistra. Spostandosi sul centrodestra Berlusconi ha già annunciato di scendere in campo come capolista di Forza Italia. Guardando all'estrema sinistra ci sono tentativi di lista unica tra le varie forze che si richiamano al comunismo che sperano di superare il quorum del sistema proporzionale. Chiaramente, però, al momento chi la campagna elettorale la ha già iniziata da tempo sono le forze di Governo, dunque Lega e Movimento Cinque Stelle.

Qui va considerato un passaggio che pochi conoscono, cioè che la nomina del nuovo Commissario spetta al Governo nazionale, ma il prescelto deve superare un'audizione del Parlamento senza il cui consenso non potrà essere ratificata. Se, dunque, non uscirà un Parlamento a chiara vocazione sovranista o "diversamente europeista", difficilmente si potrà giungere alla nomina di un euroscettico. Nel passato si fermò qui la corsa dell'allora nominato commissario Rocco Buttiglione che fu bloccata dal Parlamento per le sue posizioni sui diritti degli omosessuali. Una bocciatura che portò alla nomina di Franco Frattini. 

Qui, dunque, l'attuale Governo dovrà ponderare bene i nomi, tra cui ci potrebbero essere quelli di garanzia, come il ministro degli esteri Moavero. Pare, però, che la Lega punti al posto di commissario e che sia pronto a giocarsi il jolly con il presidente del Veneto Luca Zaia.
 Figura autorevole, che viene da una buona amministrazione di una delle regioni locomotiva dell'economia italiana, ma soprattutto apprezzato (anche da molti avversari) ex ministro dell'agricoltura. Una figura che ha rapporti stretti con Bruxelles, sia per il ruolo precedente, che per quello attuale, di certo non un nemico dell'Europa, politico quanto basta per essere definito un leghista vero, ma anche diplomatico quanto basta per un incarico internazionale.
Un profilo giusto, se sarà lui il prescelto? Come caratteristiche sicuramente ha carte da giocare, considerando il perimetro in cui si dovrà scegliere, cioè quello di Lega e Movimento Cinque Stelle. Certamente anche per quello che il Governo va a ricercare, cioè un uomo che sappia portare avanti gli interessi del Paese e che da Ministro ha combattuto, spesso anche vincendo, la battaglia sulle quote latte, ma non solo. E sarebbe una figura interessante se dovesse avere una delle deleghe più ambite per l'Italia, quella cioè dell'agricoltura, nel momento in cui si dovrà andare a discutere la nuova Pac, la Politica Agricola Comune, che dovrà ripartire miliardi di euro tra i paesi dell'Unione, con l'Italia che, spesso, è uscita con il rammarico di non essere riuscita ad ottenere di più.

Insomma i profili vengono valutati, ma per scegliere chi rappresenterà l'Italia bisognerà anche attendere i risultati delle elezioni europee con la Lega che spera in quel sorpasso ai danni del M5S e che la metterebbero nelle condizioni di esprimere il proprio candidato.

martedì 15 gennaio 2019

IL DRITTO E IL ROVESCIO (15 gennaio 2019)

Quanto contano le piccole cose? Accanto alle elezioni Europe, il prossimo 26 maggio, andranno al voto 16 dei 28 comuni della provincia di Grosseto, tra sindaci che sono giunti a fine mandato ed altri che sono alla ricerca di una riconferma. In un mondo ed in una politica che sta cambiando, la domanda diventa legittima immedesimandosi negli elettori che si dovranno recare alle urne in realtà che in alcuni casi, oggi, in maniera politically correct definiremmo "di prossimità", ma che un tempo sarebbero definite marginali, di periferia o, addirittura, isolate. Insomma comuni che si trovano lontane dal capoluogo e che si confrontano con molti disagi.

Gli ultimi cinque anni hanno sicuramente modificato il quadro politico e nessun candidato è certo della vittoria, né della riconferma, così come nessun partito può essere sicuro di avere una rendita di voti da mettere sul piatto (il dritto).
La politica sta cambiando e oggi allo slogan, che un tempo bastava per attirare i voti, serve comunque un seguito di concretezza (il rovescio).

Partendo da questi presupposti le varie forze politiche stanno scegliendo gli uomini e le donne su cui puntare per raggiungere la vittoria.
In un contesto di questo tipo, in cui i partiti tradizionali stanno modificando il loro assetto ed in cui, di per sé, non garantiscono la vittoria (nel passato l'importante, in molti nostri comuni, era avere le insegne di un partito piuttosto che di un altro per essere certi del successo, indipendentemente dal valore o dalla popolarità del candidato), in una politica che è sempre più social ed in cui ogni errore viene evidenziato ed in cui anche piccole e grandi opere possono avere uguale risonanza, in un mondo in cui lo slogan è determinante, ma deve sempre essere seguito da un fatto, anche se ridimensionato, in una realtà in cui le scuse, seppur giustificate servono sempre meno, ecco che chi avrà l'onere e l'onore di guidare una coalizione non potrà fare a meno di tenere conto di queste situazioni.
Da qui la domanda iniziale: quanto contano le piccole cose? A mio parere molto, anche perché la crisi economica che ha coinvolto gli enti locali ha dimostrato quanto, spesso, queste siano utili e percepite. Della serie che conta più tappare una buca in una strada che, magari, realizzare un'opera costosa e, forse, anche strategica, che, però, non viene percepita allo stesso modo dalla gente. Potremmo dire che è la rivincita dell'ordinaria amministrazione, contro la straordinaria, quella che, nel corso degli anni - a torto o a ragione- è stata troppo spesso archiviata alla voce "sprechi". Le piccole opere invece sono quelle che tutti possono immediatamente toccare con mano, percepire, e, perché no, apprezzare, senza doverle più archiviare sminuendole. Su questo fronte i sindaci o i politici più avveduti stanno costruendo le proprie fortune, perché sanno che realizzare piccole cose è un po' come stare in mezzo alla gente.
 Ecco dunque che oggi le persone, a domanda, non richiedono più la costruzione di un teatro o di un palasport, ma la messa in sicurezza di una strada, la ristrutturazione di un parco giochi, la sistemazione di un impianto sportivo, lasciando le opere principali alla politica nazionale e regionale. A quelle sì, vengono chieste le opere strategiche, che si traducono principalmente in sanità, infrastrutture, lavoro, sicurezza e impulso alle attività produttive.
Insomma la politica sta cambiando e sicuramente le sfide, anche in Maremma, saranno aperte. Oggi avere esperienza non è più considerato un valore aggiunto se non si traduce in risultati concreti e tangibili ottenuti. Essere meno noti, in molti casi, può essere anche un vantaggio, con la percezione dell'elettore di una minor compromissione con la vecchia politica. Così come, invece, il cosiddetto (usiamo un'altra parola meno bella, ma efficacie riferita ai sindaci uscenti) "usato sicuro", se ha ben lavorato e questo viene percepito, verrà premiato.
Dunque benvenuta politica delle piccole cose, tradotta in politica del fare, purché lo siano realmente, seppur affiancate agli slogan. 

giovedì 10 gennaio 2019

IL DRITTO E IL ROVESCIO (10 gennaio 2019)

Sicurezza. Una parola che ormai da anni è entrata forte nel dibattito politico nazionale, ma che da almeno un quinquennio è il tema chiave anche in ambito locale. Ma cosa è davvero la sicurezza e quanto, questa, può essere confinata ad un solo tema? Una domanda cui non è facile dare risposta, ma che certamente può aprire un confronto.

C'è chi infatti parlando di sicurezza si limita a quella della persona contro gli eventi criminosi e malavitosi (il dritto).
C'è chi per sicurezza intende un concetto più ampio, che va a sposarsi con quello di legalità, ma non solo (il rovescio).

Personalmente quando si parla di sicurezza mi piace avere un concetto allargato che deve e non può prescindere dal rispetto delle regole, del prossimo e della convivenza civile.

Tra i tanti filosofi del diritto che ho studiato il concetto che più mi ha affascinato è quello di "homo homini lupus" di Hobbes con la teoria del "contratto sociale". La spiego in poche righe, e mi scuso se lo farò superficialmente, ma secondo il filosofo i cittadini di fatto si uniscono in un "contratto" in cui cedono parte delle proprie libertà individuali ad un soggetto terzo, cioè lo Stato, che ne deve garantire la sicurezza. Ai tempi di Hobbes, chiaramente, il primo bene da tutelare era la vita. Oggi questo concetto va ampliato. Se infatti della vita è un diritto fondamentale, è chiaro che si sono affacciati sulla scena mondiale numerosi altri diritti, che, via via, sono stati regolamentati.
 Ho citato Hobbes per cercare di capire quanto ampio sia il concetto della sicurezza. Pensiamo a quella delle donne, con reati, come lo stupro, che decenni fa erano per lo più sconosciuti. Ma pensiamo alla sicurezza alimentare o al diritto di vivere in un ambiente sano, alla sicurezza della salute dei cittadini.
E' questa sicurezza? Certamente sì, così come lo è la necessità di sentirsi sicuri dai ladri nelle proprie abitazioni, o essere certi che ognuno può circolare tranquillamente nella propria città senza dover temere per la propria incolumità o per quella dei propri famigliari.
 Qui però si estende il concetto culturale che è quello che, purtroppo, si sta perdendo, quello cioè della convivenza civile e del rispetto. Quante volte ci lamentiamo per gli atti vandalici che vengono portati avanti nelle nostre città? O quante volte sentiamo dire che gli studenti non hanno più rispetto dei docenti? Quante volte siamo a discutere di una società in cui, ormai, non c'è più neppure il timore degli uomini in divisa, grazie anche a delle regole che garantiscono quasi una sorta di impunibilità?
Bene questo è il punto da cui ripartire per creare una società sicura, che lo sia di nuovo e nei fatti. Un esempio? Se ci troviamo in un paese in cui si è abituati a fare le file, vedi l'Inghilterra, e dove nessuno se ne lamenta, anche noi ci adeguiamo. Se ci troviamo in una realtà in cui non ci sono le regole, o anche se ci sono, la gente non le rispetta, o se ne lamenta, accade la stessa cosa anche con noi. E' un po' quella che viene definita la "legge del branco" cui molte persone sono portate ad obbedire. In maniera ancor più evidente avviene ai giovani nell'età in cui la voglia di libertà, e anche di trasgredire, è superiore.
La convivenza civile vuol dire anche che i cittadini diventano guardiani di se stessi e degli altri. Che fanno notare al giovane l'errore, ma lo fanno anche con la persona che giovane non lo è più. Non si deve essere spinti all'omertà "perché è meglio così". La società civile è quella in cui chi viene a vivere in un certo luogo è spinto automaticamente a rispettare quelle regole, integrandosi con quella comunità.
Personalmente penso che di fronte ad una società che sta cambiando più che nuove regole, serva l'applicazione reale di quelle esistenti, dando comunque al diritto quella certezza che spesso manca, ma che serva anche recuperare il concetto di convivenza civile che si sposa con quello di educazione. In questo modo la sicurezza, intensa in senso ampio, potrà essere recuperata. E allora questa sicurezza si estenderà alle coltivazioni con l'utilizzo dei prodotti naturali che non solo fanno bene al cibo, ma anche all'ambiente, ai luoghi di lavoro dove evitare gli infortuni serve sia all'individuo che alla collettività che dovrà pagare i costi per la salute della persona ferita, lo sarà nella salvaguardia dell'incolumità delle persone e in tutto quello che è il vivere quotidiano.
Io la penso così, il dibattito è aperto...  

mercoledì 2 gennaio 2019

IL DRITTO E IL ROVESCIO (02 gennaio 2019)

Imperversa in Maremma la polemica sugli appalti pubblici senza gara con la soglia innalzata, con la Manovra, da 40 a 150mila euro. 

Da un lato c'è chi, come il Pdcin il segretario provinciale Gesuè Ariganello, denuncia il rischio che l'assegnazione diretta può comportare, anche in termini di infiltrazioni malavitose. Timori ripresi anche dal capogruppo in consiglio regionale Leonardo Marras (il dritto).
Dall'altro il sindaco e presidente della Provincia di Grosseto Antonfrancesco Vivarelli Colonna e la Lega, con l'onorevole Mario Lolini ed il segretario Andrea Ulmi, che parlano di una misura positiva per l'economia locale (il rovescio).

La battaglia chiaramente è tutta politica con lo scontro a distanza tra Ariganello e Vivarelli Colonna. Occorre però valutare la misura in termini di impatto che avrà sull'economia locale che punta molto sul comparto edile e sul suo indotto.
 Personalmente sono favorevole ad un'innalzamento della soglia. Non lo dico per superficialità o perché non ravvisi rischi, ma per una questione pratica. Le soglie basse ed il sistema del sorteggio hanno penalizzato le imprese locali e non sempre hanno premiato le aziende migliori. Un grido di allarme che è stato lanciato spesso dalle associazioni di categoria locali ed una problematica che molti sindaci hanno toccato con mano. Questo senza aggiungere che innalzare la soglia rende anche la procedura più snella. Tutti possono essere d'accordo che laddove si amministri la cosa pubblica in maniera non corretta si potrebbero favorire le aziende "amiche" o, peggio, l'infiltrazione malavitosa. C'è un però. Di fronte ad un rischio e di fronte a tanti amministratori seri e funzionari che si caratterizzano per rettitudine morale è giusto frenare le varie amministrazioni e, con loro, l'intero Paese? E' giusto penalizzare gli onesti per colpire i disonesti? Nelle mie esperienze di vita all'estero, nel Nord Europa ed in America, quello che mi ha reso la vita più facile, e che mi ha colpito, è stata, oltre alla scarsa burocrazia, il fatto che chi ti trovavi di fronte partisse sempre nei tuoi confronti dalla "presunzione di onestà". Non che i disonesti mancassero, ma proprio partendo da questo assunto, quando si palesano e vengono individuati sono colpiti in maniera dura. In Italia si parte spesso dalla "presunzione di disonestà" e questo è stato uno dei grandi freni del nostro Paese. Nessuno chiaramente nega che la corruzione sia una piaga della Penisola e che vada combattuta e, possibilmente, non alimentata, così come le infiltrazioni malavitose, ma questo rischio, seppur in alcune zone elevato, deve essere il freno di comparti importanti della nostra economia? E soprattutto gli imprenditori locali, specie quelli che si distinguono per serietà, devono essere penalizzati da norme che, in troppi casi, per ovviare ad un problema ne hanno causato un altro? Io credo di no. Credo che ci debbano essere dei controlli seri e che chi non rispetta le regole, o peggio delinque, debba essere punito, ma di fronte a problematiche che vengono sollevate dal mondo delle imprese e dalle problematiche incontrate dalle amministrazioni sia giusto semplificare e, soprattutto, ripartire dalla fiducia. Sono sicuro che da tutto ciò possano trarne vantaggio gli amministratori (di ogni colore politico), gli imprenditori, ma anche i cittadini contribuenti.

giovedì 27 dicembre 2018

IL DRITTO E IL ROVESCIO (27 dicembre 2018)

Sono giorni di festa in Italia e lo sguardo è chiaramente rivolto a quello che sarà il futuro del nostro Paese. E qui la domanda trova una non facile risposta.

La manovra approvata dal Governo darà gli effetti sperati? (il dritto).
La manovra avrà invece gli effetti infausti denunciati dai suoi oppositori? (il rovescio).

Personalmente non so dare una risposta nel concreto, la manovra la sto iniziando a leggere adesso. So però quello che vorrei io: come sempre che abbia ragione il Governo in carica che, chiaramente, annuncia sempre che la legge appena licenziata avrà gli effetti sperati. Questa è sempre stata una mia idea indipendentemente dall'esecutivo in carica.
Ovviamente da una prima lettura ci sono temi condivisibili ed altri che lasciano qualche perplessità. Mi sarebbe piaciuta una manovra con più investimenti e meno spot, tipo il "reddito di cittadinanza" e "quota 100" che, alla fine, sono stati decisamente depotenziati. Questo non perché ne sia un oppositore, ma perché credo che scelte di questo tipo, se si effettuano, devono essere ben supportate e non diventare solo un modo per salvare la forma senza intervenire con decisione sulla sostanza. Insomma se il Governo credeva in questi due pilastri della propria azione avrebbe dovuto portarli avanti con decisione anche di fronte alla Ue. 
 Detto questo io però preferisco guardare nel concreto e, in questo caso al mio territorio. Personalmente sono favorevole all'estensione dell'assegnazione diretta degli appalti fino a 150mila euro. Non perché non voglia vedere i casi di corruzione che ci sono stati, ma perché voglio credere nella buona fede di tanti sindaci e funzionari degli enti locali. Una norma che porta a guardare nuovamente alla qualità delle imprese che partecipano alle gare con un occhio rivolto, magari, a quelle locali che sono conosciute e che possono dare garanzie. 
Sulla questione infrastrutture, io sono favorevole sia al Tap che alla Tav. Dunque confido che queste due opere strategiche vengano portate a compimento. Spero però che il 2019 possa essere anche l'anno in cui si andrà in appalto con gli ultimi due lotti della Grosseto-Siena e che si dia una risposta sul Corridoio Tirrenico, con l'adeguamento dell'attuale Aurelia che sembra aver messo tutti d'accordo. Sinceramente mi piacerebbe vede un Governo coraggioso e che sulla Tav pensi anche al tratto Torino-Genova Roma. Sarebbe importante anche per il nostro territorio. Chiaramente non voglio chiedere troppo. Credo che una problematica, almeno per adesso, sia stata risolta per i balneari con la proroga di 15 anni per le concessioni agli stabilimenti balneari, questo in attesa di una soluzione definitiva., Si tratta di una componente importante della nostra economia turistica. Mi piacerebbe rivedere le Province operative. Pare che avranno qualche possibilità di spesa in più, ma occorrerebbe annullare la Legge Del Rio e riportare questi enti all'antico splendore. Non dimentico poi gli investimenti in sanità, ricerca, cultura ed istruzione. Sono tutti settori per me strategici. I dubbi, dunque, ci potranno essere, ogni manovra non sarà perfetta, ma come sempre io continuo a sperare che possa dare dei buoni risultati per il Paese, cioè per tutti noi. 



martedì 18 dicembre 2018

IL DRITTO E IL ROVESCIO (18 dicembre 2019)


Le classifiche sono tutte discutibili. Quanti di noi non cambierebbero Milano con la Maremma? Probabilmente molti, se qui avessero le opportunità di vivere e lavorare. Questa è una riflessione che diventa immediata dopo la pubblicazione della classifica de “Il Sole 24 Ore” sulla qualità della vita.

La Maremma, d'altra parte, vive un momento di crisi economica, ma anche di trasformazione a livello di società, registrando, ad esempio, delitti che fino a poco tempo fa erano sconosciuti (il dritto).
La qualità della vita indicata da “Il Sole 24 Ore” considera molti parametri che si sposano con le opportunità ed è evidente che alcune realtà sotto questo aspetto sono avanti rispetto al nostro territorio (il rovescio).

Inutile nasconderci: che anche noi maremani, spesso, ci lamentiamo della nostra terra e vorremmo che offrisse tante opportunità in più. Negli ultimi tempi, poi, i campanelli d'allarme sono suonati da più parti. Il presidente della Camera di Commercio Riccardo Breda da mesi lancia l'appello a creare un tavolo che garantisca le giuste sinergie per una ripartenza. Il segretario della Cgil Claudio Renzetti è stato ancor più esplicito nel ricordare che se la situazione continuerà così in futuro la Maremma sarà destinazione di pensionati, perdendo invece la gran parte della sua popolazione giovanile.
Insomma che la situazione non fosse così rosea è evidente. Lo è ancor di più il fatto che occorre dare una svolta. Il sindaco di Grosseto e presidente della Provincia Antonfrancesco Vivarelli Colonna ha toccato un altro tasto, la differenza di velocità tra il capoluogo – e aggiungerei la costa- e l'interno. Purtroppo è un'altra verità. La provincia di Grosseto è vasta, scarsamente abitata e, soprattutto, ha ampi territori in cui le opportunità di lavoro scarseggiano. Insomma tutta la fascia collinare soffre, soprattutto quella lontana dai centri principali. In tutto questo la riforma delle province ha penalizzato quella grossetana, in un momento in cui un ente intermedio di grande importanza avrebbe aiutato, con il suo coordinamento, a mantenere alta la qualità della vita sul territorio. Sarà infatti un caso che dopo Grosseto è crollata in classifica?
Insomma urge fare squadra, se non da subito – come sarebbe opportuno- almeno da dopo giugno, quando la campagna elettorale per le europee sarà conclusa e quando si sarà votato per più della metà della amministrazioni locali. Da quel momento non ci saranno più scuse: il territorio dovrà unirsi e trovare soluzioni. Altrimenti la classifica ci penalizzerà sempre di più.
Ma la domanda resta: quanti di voi preferirebbero vivere a Milano anziché in Maremma?

lunedì 10 dicembre 2018

IL DRITTO E IL ROVESCIO (10 dicembre 2018)

Cosa succede sul fronte europeo? Una domanda che non ci possiamo non porre di fronte a quello che, da qui a pochi giorni, potrebbe accadere in tutto il continente.

In Italia si attende la chiusura della manovra e l'incontro Conte-Juncker e la domanda è se veramente la rottura si registrerà per pochi decimi di punto (il dritto).
In Europa però sono ore decisive per la Brexit ed in Francia Macron deve fare i conti con i gilet gialli (il rovescio).

Insomma se da noi ci piace vedere tutto il male in casa nostra, basta aprire lo sguardo alle altre realtà per vedere che non stanno meglio di noi.
 Da qui la mia riflessione.
 Davvero l'Europa decide di far partire una procedura d'infrazione contro l'Italia per uno 0,2% di rapporto deficit/pil con il rischio che questo vada ad alimentare il fuoco degli "eurocritici"? Credo che al di là del contenuto specifico si vada a prendere un bel rischio, soprattutto di fronte a passaggi cruciali che riguardano l'Unione.
 Da un lato la May si gioca tutto sulla Brexit. Se Westminster dovesse bocciare l'accordo che cosa accadrà? Si andrà a nuove trattative? Si andrà ad un nuovo referendum? Oppure ci sarà un'uscita senza accordo che rappresenterebbe un disastro diplomatico, prima ancora che economico, anche per la Ue? Una domanda che non può lasciare indifferenti.
 Ed in Francia Macron che fu celebrato come la riscossa degli europeisti, vede mettersi Parigi a ferro e fuoco dai gilet gialli (talmente di destra come li voglio dipingere, che molti di loro sfilavano sventolando Che Guevara, sintomo che ormai nelle difficoltà i tradizionali schemi di appartenenza novecenteschi sono saltati). Soprattutto, sono gli stessi intellettuali parigini che, in questo momento, stanno scaricando sempre di più il Presidente che loro stessi avevano osannato fino a pochi mesi fa.
 In tutto ciò si inserisce l'Italia, con una manovra in cui il Governo ha accettato di trattare limando alcuni punti, ma senza voler cedere su altri. Al 2% di rapporto debito/pil l'accordo sembra praticamente certo, ma l'esecutivo italiano non vuole cedere sotto al 2,2%. Che cosa  farà l'Europa, di fronte a quanto sta accadendo in tutta l'Unione, farà scattare una procedura d'infrazione facendo un grande assist al fronte dei cosiddetti "sovranisti"?
 Una debolezza di Bruxelles che, evidentemente, qualcuno in Italia ha capito e che la rende sicuramente meno isolata di quanto si voglia far pensare. Perché dalle elezioni di maggio in poi gli schemi potrebbero cambiare e la partita sembra solo essere di attesa. Da qui la sensazione che, forse, il distacco tra la Commissione, alcuni governi, ed i popoli sia troppo ampia per poterla ridurre solo a pochi decimali. 
Le regole ci sono e vanno rispettate. Ma quelle regole sono state poste e scritte in periodi in cui l'economia tirava, oggi le cose sono ben diverse ed andrebbero cambiate. Altrimenti saranno sempre di più i Governi che, parafrasando il poker, si giocheranno l'intero piatto a costo di metterci sopra, credibilità e futuro dei loro paesi.

lunedì 3 dicembre 2018

IL DRITTO E IL ROVESCIO (03 dicembre 2018)

La Maremma fatica ad uscire dalla crisi, ma le divisioni continuano. Le opportunità potrebbero finire finire altrove e noi rischiamo di non agganciare - quando sarà reale- l'uscita dalla crisi. Di questo si dibatte e, forse, è meglio che tutti insieme si rifletta su quanto sta accadendo.

Da un lato ci sono le infrastrutture che sono ferme al palo, come denunciato di recente dall'Onorevole Lolini riguardo al Corridoio Tirrenico (il dritto).
Dall'altro ci sono settori e dibattiti delicati (geotermia e inceneritore di Scarlino) su cui si deve discutere, riflettere e decidere (il rovescio).

Purtroppo l'allarme lanciato, documenti alla mano, dall'onorevole Lolini sul Corridoio Tirrenico è reale e giunge dopo le parole rassicuranti del capogruppo del Movimento 5 Stelle in Regione Giannarelli che si è attivato con il Ministero delle Infrastrutture.
 Mi soffermo ai documenti di Mario Lolini che fotografano la situazione attuale: un iter fermo al dicembre 2017 e zero risorse stanziate sul tratto a sud di Grosseto da parte di Anas. Eppure tutto alla fine della scorsa legislatura sembrava fatto, anzi, con il precedente Governo, individuata una soluzione di adeguamento dell'Aurelia a quattro corsie, molti erano convinti che ormai quanto promesso fosse cosa fatta e, dunque, mancasse solo il via all'iter burocratico. Invece non è così e la risposta di Anas all'onorevole Lolini rappresenta una doccia fredda in più per tutto il territorio. Qui, dunque, le forze devono unirsi, al di là delle colpe da scaricare. I cittadini ne hanno abbastanza di promesse e vogliono i fatti. Mario Lolini, da parlamentare di maggioranza si attiverà, così come siamo certi che il M5S farà nei confronti del ministro Toninelli. Ma anche le altre forze politiche dovranno farlo con i propri rappresentanti. A questi dovranno aggiungersi anche la associazioni di categoria, la Camera di Commercio, i sindacati e chiunque altro possa dare il proprio contributo. Marciare compatti vuol dire avere maggiori possibilità di raggiungere l'obiettivo. Un'Aurelia adeguata non è solo un'opportunità ed una necessità per la Maremma, ma anche un'opzione in più per chi viaggia da nord a sud della Penisola che potrà farlo in sicurezza.
In questi giorni altri due temi hanno tenuto banco. La grande manifestazione pro geotermia e le vicende dell'inceneritore di Scarlino. 
La geotermia è l'oro delle zone boracifere, non le rende marginali e permette ai giovani di rimanere sul territorio. E' una geotermia quasi naturale, visto che i soffioni ci sono da sempre, diversa da quella dell'Amiata su cui si può e si deve ragionare, ma che rappresenta comunque un'opportunità per l'intero comprensorio. L'Italia in questo settore insegna al mondo ed Enel Green Power controlla, grazie al suo know how, il grosso del settore nell'intero pianeta. E' evidente che per le nostre realtà, alcune delle quali - come i comuni geotermici posti al confine tra le province di Grosseto, Pisa e Siena- vivono grazie a questa risorsa da oltre un secolo, diventando prioritaria ed un'opportunità da non lasciarsi sfuggire. Anzi potremmo dire da difendere in tutti i modi. Sull'Amiata chiaramente occorrono le giuste garanzie, ma non si può sentire sempre e solo un'unica campana, bisogna valutare tutto e tirare le giuste somme.
 Così è anche per l'inceneritore di Scarlino su cui la Regione sembra aver fatto una scelta. Il dibattito va avanti da tanti, troppi, anni, ed una decisione definitiva va presa. Se la strada è segnata più che continuare a dire no ad ogni costo occorrerebbe che, da parte del territorio giungessero delle proposte. A Brescia il termovalorizzatore garantisce una percentuale molto alta di energia a basso costo ai cittadini attraverso il teleriscaldamento. Non potrebbe essere un'opportunità anche per le popolazioni che insistono nell'area della piana di Scarlino e Follonica? Accanto a questo è giusto non abbassare la guardia sulle emissioni: devono essere nei limiti di legge e deve essere consentito un monitoraggio costante e continuo. Anche questa è sicurezza e attraverso ciò il cittadino può essere garantito. 
Insomma ci sono partite in ballo importanti, ma il territorio deve marciare compatto e proporre, per far sì che le scelte non vengano solo subite, ma che lo veda protagonista anche nella fase di realizzazione e gestione. 

domenica 25 novembre 2018

IL DRITTO E IL ROVESCIO (25 novembre 2018)

Imperversa la battaglia dei pini a Grosseto. Da alcuni giorni, in concomitanza con gli abbattimenti delle piante si scatenano, da parte di alcuni cittadini, le polemiche.
I pini, negli ultimi anni hanno sempre fatto discutere. C'è chi li vuole tutelare e chi, invece, li ritiene pericolosi per auto e pedoni, ma anche pericolanti (il diritto).
Il pino è sicuramente un patrimonio, anche visivo, del nostro territorio, ma effettivamente la sua presenza nelle moderne città va pensata e ripensata (il rovescio).

Diciamolo in maniera chiara e netta: a chi non dispiace l'abbattimento di piante maestose e che, da decenni, siamo abituati a vedere a Grosseto, come quelle di via Telamonio, via Caravaggio o via Mascagni? Sicuramente a tutti, perché danno a Grosseto l'aria di città di mare e vederla senza di loro, invece, dà la sensazione della perdita di qualcosa di familiare.
Detto questo, però, va fatta una riflessione. I pini che vengono abbattuti (al di là del loro stato di salute) sono compatibili con la Grosseto attuale? E qui giungono le domande che, personalmente, seppur a malincuore, mi fanno propendere dalla parte del no. Anche a livello politico la scelta è stata trasversale. Con la giunta Bonifazi si è iniziato con gli abbattimenti, con quella Vivarelli Colonna si prosegue e nel dibattito, almeno a livello politico, grandi polemiche non ci sono. Le proteste vengono lasciate a gruppi di cittadini.
Faccio una confessione: quando a Braccagni si parlò dei pini di via Sgarallino in un'assemblea pubblica fui tra quelli che ne chiesero l'abbattimento. Chi mi conosce sa quanto sia legato alla natura, ma ci sono dei limiti. In quel caso la strada stava diventando pericolosa per i mezzi a motore, le biciclette e per i pedoni e la scelta drastica era inevitabile. Eppure quei pini li avevo sempre visti, ho le foto da piccolo con loro sullo sfondo, però non ebbi dubbi sulla scelta e così i miei compaesani che, di fronte a quella decisione - e anche ai timori della passata amministrazione- non si sono opposti.
A Grosseto la penso allo stesso modo: ben vengano i pini dove possono starci, tipo nei parchi pubblici, ma è inevitabile il sì agli abbattimenti lungo le strade e le arterie principali. Il forte vento delle passate settimane, con molte cadute di alberi, mi hanno convinto ancor di più nella mia scelta. Così come sostenni, a suo tempo un'altra scelta sicuramente dolorosa, come quella dell'abbattimento dei platani di via della Pace. 
Gli alberi lungo le strade, un tempo, quando si viaggiava a piedi, sui carri, o in bicicletta, avevano un senso, non tanto estetico, quanto pratico: permettevano a chi viaggiava di ripararsi dal sole. Con i moderni mezzi, purtroppo, nonostante si decida di regolamentare la velocità sono portatori di pericoli. Questo non può essere nascosto. E qui subentra una questione anche etica, oltre che di pubblica utilità: meglio una vita umana o quella di un albero? Io non ho dubbi sulla scelta. 
Fatto questo ragionamento, giunge il successivo: le piante vanno chiaramente sostituite e l'amministrazione ha assicurato che ciò avverrà. E' evidente che anche questo dovrà portare all'installazione di alberi che ben si sposano con una realtà come quella di Grosseto. Piante che possano stare al fianco delle strade, garantire un po' di ombra ai pedoni, ma che non creino pericoli. Il piano fu presentato qualche tempo fa ed i cittadini dovranno aver cura di controllarne l'applicazione.
Il pino, purtroppo, resterà nelle cartoline d'epoca, ma è una scelta per me necessaria, per quanto dolorosa. Nel rispetto delle opinioni di chi non la pensa come me. 

lunedì 19 novembre 2018

IL DRITTO E IL ROVESCIO (19 novembre 2018)

La politica sta cambiando, forse è cambiata già da tempo e molti stentato ad adeguarsi ai nuovi ritmi ed alle nuove richieste dei cittadini. 
E' difficile dire se quanto sta avvenendo a livello di politica locale e nazionale possa dare risultati migliori, questo ce lo dirà solamente il tempo (il dritto).
Di sicuro c'è che analizzando quanto sta mettendo in campo il nuovo Governo, ma anche alcune amministrazioni locali, siamo di fronte ad una rottura, o almeno ad un tentativo di rottura, con il passato (il rovescio).

Personalmente non mi addentro in previsioni che non mi competono e che sono difficili da fare. Leggo e mi informo e vedo che mai come questa volta, in Italia, ci sono due schieramenti ben distinti di persone qualificate che hanno titolo a parlare. C'è chi sostiene che questa rottura, imposta almeno in Europa, sia "troppo una rottura" e chi, invece, dall'altro lato ritiene che la strada imboccata sia quella giusta. Fuori dal nostro Paese le posizioni, sono ovviamente varie ed anche lì c'è chi sostiene posizioni diverse, anche perché mollare la presa sull'Italia, vorrebbe dire ammorbidire le attuali posizioni rigide anche su altri paesi.
Qui, però, c'è un'altra riflessione da fare e mi sembra, in una fase di analisi, sia giusto proporla.
 L'Italia resta veramente sola e isolata o siamo in un contesto geopolitico e, dunque, internazionale, in cui ci sono dei grandi cambiamenti?
 Al momento potrebbe sembrare che il nostro Paese sia isolato in Europa, soprattutto con pressioni che vengono da quei paesi euroscettici che, in teoria, dovrebbero aiutarlo. Questa, però, non è una sorpresa, perché molti di questi sono "sovranisti" nel vero senso della parola. L'Italia a mio giudizio è "diversamente europea", nel senso che Lega e Movimento Cinque Stelle hanno una visione distante dall'attuale Ue.
 Ci sono però due posizioni forti a livello internazionale che, potrebbero diventare tre, quelle di Trump, di Putin e della Cina. Gli Stati Uniti si stanno chiudendo in loro stessi, proteggendo i loro interessi ed il loro mercato. La Russia sta guardando con interesse al Mediterraneo, fatto testimoniato dall'invasione della Crimea e da un'influenza che sta aumentando su un altro paese emergente dell'area, cioè la Turchia. C'è poi la Cina che ha investito molto sulla Grecia e che sta guardando all'Africa. Tutte però sembrano agire in chiave anti Ue, capendo che è proprio con divisioni che si accentuano che loro possono avere grandi vantaggi. Una strategia che a Bruxelles, molti, evidentemente non hanno capito o, meglio, vogliono far finta di non capire.
Qui giunge dunque una mia seconda riflessione: ma in questo momento è l'Italia ad essere isolata o l'Unione Europea, che è formata da troppi interessi particolari e che si pone sul mercato non come un soggetto unico, ma come una sorta di ammucchiata, in cui, alla fine, Francia e Germania sembrano fare i propri interessi? E soprattutto che cosa accadrà dopo il 25 maggio quando indubbiamente le forze sovraniste (ritorna questa definizione che a me piace poco) rappresenteranno un ago della bilancia importante, sia nel Parlamento che nella Commissione (i commissari ricordiamolo sono nominati dai Governi e di euroscettici adesso ce ne sono)?
Insomma l'Italia, al di là delle singole posizioni politiche, non può essere decontestualizzata da un equilibrio politico internazionale che sta cambiando e solo in base a questo se ne potranno prevedere gli sviluppi futuri. 

mercoledì 14 novembre 2018

IL DRITTO E IL ROVESCIO (14 novembre 2018)


Ancora una volta in Toscana si registra il flop delle fusioni dei comuni. I cittadini di diverse realtà, nello scorso fine settimana, hanno detto di no all'accorpamento di almeno due amministrazioni che, oggi, sono indipendenti. Di fatto su quattro referendum, solo in uno ha prevalso il sì. Questo dopo che, per un periodo, grazie anche agli inventivi messi a disposizione, su cui non gravava il famigerato patto di stabilità, la nostra regione sembrava essere terra di una vera e propria spinta “fusionista”.

La Toscana, grazie alla riforma lorenese, è una delle regioni con il minor numero di comuni. Di fatto in tutta la regione questo è più o meno pari a quello della sola provincia di Torino (il dritto).
Se in alcuni casi la fusione funziona, in altri più che il campanile, l'identità sembra dominare e questa si sposa anche con comuni che, comunque, riescono a sopravvivere da soli garantendo servizi ai propri cittadini (il rovescio).

Spesso è infatti difficile capire se la fusione sia davvero un valore aggiunto per un territorio. Spesso si tratta di veri e propri accorpamenti di un comune più piccolo in uno più grande e questo può anche rappresentare un vantaggio. In certi casi a fondersi sono realtà simili. Il problema dei cittadini è che in un'Italia che perde sempre più servizi, non essere più sede di un comune fa temere che questi diminuiscano ulteriormente, Tanto più con delle leggi che prevedono, ad esempio, che i servizi pubblici essenziali, tipo le poste, debbano obbligatoriamente esserci sul territorio di un singolo comune. E' chiaro che realtà molto piccole sanno che perdendo il loro status vedrebbero venir meno questa garanzia. Va anche detto che in Toscana c'è stata per un periodo una sorta di “moda” delle fusioni che è andata ad affiancarsi alla possibilità di procedere con le cosiddette unioni che, specie in Maremma, hanno avuto maggior successo insieme alla creazione di servizi associati. La provincia di Grosseto, nonostante il dibattito che da anni è in corso sul Monte Amiata, è stata fino ad oggi libera da spinte “fusionistiche”. Via via se ne è parlato anche sulla costa, ma al momento nessun passo è stato compiuto. La domanda, di fronte alle fusioni, però, resta sempre la stessa. Quanto è utile e quanto realmente lo stato risparmia? Probabilmente poco, così come poco si è risparmiato con la riforma più sbagliata che si è registrata negli ultimi anni in Italia, quella delle province che, di fatto, ha svuotato le casse di queste amministrazioni che, teoricamente, hanno ancora molte competenze. Un ente che andrebbe ripristinato nella sua autonomia, magari valutando degli accorpamenti su realtà più piccole, ma che sul nostro territorio è determinante. Insomma l'ente locale deve essere percepito di nuovo come un valore aggiunto e non come un fastidio. Negli ultimi anni, invece, a livello centrale è sembrato esserlo di più nella sua seconda forma. E allora ben vengano le fusioni laddove sono necessarie, ma ben venga anche la scelta dei cittadini di tenersi stretta la propria “indipendenza”.

sabato 10 novembre 2018

IL DRITTO E IL ROVESCIO (10 novembre 2018)


Il tema della sicurezza torna ad essere al centro dell'attenzione e anche realtà considerate tranquille come Grosseto, ormai da tempo, non lo sono più.

Un fenomeno quello della criminalità che, rispetto al passato, sta toccando dunque sempre di più la società italiana (il dritto).
Le cause di questi fenomeni non sono, però, facilmente individuabili (il rovescio).

Il punto di partenza è sicuramente una società che cambia, dove, accanto ai reati maggiori, sta incrementando il fenomeno della microcriminalità che è quello che più tocca i cittadini.
Tutta colpa dell'immigrazione? Sicuramente no, anche se molti immigrati finiscono al centro delle cronache e chi delinque non solo dovrebbe essere punito, ma immediatamente rimpatriato e restituito allo stato d'origine.
Su questo tema, semmai, ci sarebbe da ragionare sulle sue varie sfaccettature, come l'integrazione di chi è in Italia come regolare e che sembra funzionare bene nelle piccole realtà di provincia, tipo i paesi, mentre nelle città si registrano spesso comunità che nascono e che si isolano dal resto della popolazione. Una società dunque, non sempre inclusiva che già è stata conosciuta dai paesi da sempre a forte presenza immigratoria.
A mettere a rischio la sicurezza ci sono, probabilmente, anche i punti di riferimento che stanno venendo meno. Le famiglie spesso disgregate, la scuola che non riesce più ad essere un punto fermo, la stessa Chiesa che non attira più come un tempo, il volontariato e l'associazionismo in crisi, un po' come i partiti politici. Tutto questo genera una sorta di anarchia e di perdita di valori che, spesso, si traduce in situazioni disagiate che sfociano in un aumento dei reati. A questa va aggiunta la crisi che ha dato comunque un impulso allo sviluppo della microcriminalità.
Insomma la società è cambiata e di certo non in meglio. A questo punto occorrono le contromisure che non devono essere solo repressive, ma anche e soprattutto preventive. La repressione, infatti, è fondamentale, ma non risolve tutto. Senza una politica di prevenzione e di consapevolezza, che riguardi soprattutto i giovani, non si riuscirà a ricreare una società delle regole e del rispetto. Questa, però, non si costruisce solo con le leggi, ma con una cultura del bene comune, del rispetto degli altri e della legalità, ma anche della moralità, che in Italia molti, purtroppo, hanno perso. Tutto questo si traduce anche con la necessità di uno Stato forte che sappia reprimere, ma anche educare.